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SIAMO ITALIANI…
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Nel mirino del grillo
(realtà nascoste nella sana provincia del Paese)


16/04/2009 - ore 14:09

Un pomeriggio tiepido di aprile, trovandomi a Brescia per altra causa e avendo tempo prima dell’impegno preso per la cena, acconsentii ad accompagnare un amico Armiere a ritirare un pezzo finito da un artigiano che tiene bottega –da sempre- non lontano dalla Val Trompia, nicchia nella nicchia della produzione armiera nazionale.
Queste opportunità improvvise e non programmate possono riservare sempre qualche sorpresa: nella peggiore delle ipotesi, si resta fuori in macchina –per problemi di parcheggio- ad attendere l’amico che entra in un capannone con la porta di lamiera e ne esce dopo pochi minuti con sottobraccio uno scopettone incartato da un giornale unto.
Ma quella volta, lasciataci ben presto alle spalle la via Triumplina e presa più a est la via Gardesana, giungemmo nell’abitato di Nuvolera. Dopo aver svoltato ripetutamente per alcune vie laterali sempre più anguste entrammo di misura, attraverso una cancellata a ghirigori, all’interno di una corte pulitissima, di quelle che una volta erano lo spazio aperto e riservato all’interno delle case coloniche.
Convinto di aver sbagliato cancello chiesi conferma all’amico, che mi fece però cenno di fermare lì la macchina e scendere. Un silenzio religioso pervadeva la corte e sembrava quasi un sacrilegio parcheggiarvi un’automobile. Pochi passi ed entrammo in una bottega artigiana di quelle vere: non grande, una via di mezzo tra una falegnameria, un’officina meccanica e una sacrestia, con mille attrezzi sparsi sul bancone che girava tutto intorno al locale.
Al lavoro, nonostante fosse venerdì sera, ancora due operai col grembiule color grigio ferro (che stavano dando dentro a mano con lima e carta-smeriglio su qualcosa che era fermo nella morsa) e, naturalmente, il Maestro. Questi venne oltre e ci salutò con simpatia, anche se non mi aveva mai visto prima. Un omino maturo, semplice, i capelli grigi arruffati e il viso cordiale, le mani con i segni di decenni di lavoro nella bottega, l’accento inconfondibile, anche lui col grembiule da fatica, grumi di limatura di ferro e polvere di legno sul davanti. Fatte le presentazioni e chiarito che non ero (purtroppo per me) un “cliente”, ma ero lì solo per avervi accompagnato l’amico, l’omino disse sorridente: “Fa mica niente! Lei è amico di un mio amico: eppoi –fece ammiccando- mi han detto che di fucili se ne intende…”
Ovviamente, con una punta di imbarazzo, cercai di riaffermare la verità: non un esperto, ma un semplice appassionato che ama le cose belle e, soprattutto, crede di saperle riconoscere.
“Venga, allora! Venga di qua che le faccio vedere qualcosa che potrebbe piacerle…”
Usciti dalla bottega traversammo due metri di porticato ed entrammo dentro una stanza angusta, con al centro un normalissimo tavolo coperto da un panno verde, alla parete un armadio-vetrina con pochi pezzi messi in verticale, non visibili da fuori per via dei vetri smerigliati.
Ebbene: avete presente un bambino che venga portato per mano a “Gardaland” oppure a “Eurodisney”?
Dentro quella modesta stanza, in pochi minuti e senza soluzione di continuità, “io ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”, tanto per citare la famosa battuta dal film “BLADE RUNNER”.
Non solo fucili fini, interamente fatti a mano (canne comprese), con pezzi forgiati dal pieno, legni talmente belli da sembrare di plastica, riporti in oro sulle bascule ed incisioni leggerissime addirittura sul vivo di culatta, ma molto di più. Ricordo -fra tutti- un sovrapposto in cal. 12, finito e pronto per essere spedito in Russia che aveva inciso addirittura il pulsante di sgancio “a pompa” dell’asta, per tacere del resto! Meglio lasciare la scena all’immaginazione di chi legge –se davvero si amano i fucili di pregio- piuttosto che fare un lungo e ridondante elenco di superlativi che, alla fine, rischierebbero pure di sembrare esagerati, non potendo il lettore vedere né tenere in mano l’oggetto di cotante lodi.
Poi modellini in miniatura, perfettamente funzionanti, di fucili di varie marche. Sì, proprio così: repliche in scala di doppiette e sovrapposti famosi, realizzati in cal. 8 flobert. Oggettini lunghi due palmi, con la loro chiave di apertura e le canne basculanti, il grilletto che spara ed anche… gli estrattori automatici. Mai visto nulla di simile! Ovviamente ciascun fucilino è smontabile, al pari del fratello maggiore e si presenta in una cassettina di radica, imbottita all’interno di panno rosso.
“Questi qui mi diverto a farli la domenica, invece di andare a giocare a carte all’osteria…” mi disse con estrema semplicità.
A tutto questo si aggiunga il pudore (oserei dire) col quale il Maestro continuava a tirare fuori da scansie e ripostigli segreti oggetti le cui qualità non si sanno dire e me li sottoponeva spiegandomi gli accorgimenti tecnici e le innovazioni strutturali, convinto di parlare ad un esperto e trattandomi alla pari, mentre io non sapevo più cosa dire –cosciente soltanto della mia profonda, autentica ignoranza- ma affascinato da talune soluzioni meccaniche adottate per i modelli in miniatura e indovinando, per fortuna, qualche osservazione o risposta che mi consentirono di salvare la faccia.
Era ormai calata la sera, si stava facendo tardi, ma non avevo alcuna voglia di andarmene, anche se in quel momento c’era già qualcuno che mi stava aspettando altrove… Il Maestro continuava però a spiegare, ad illustrare con garbo e moderazione quella che –in buona sostanza- era tutta la sua Vita, talvolta parlando anche in dialetto, nella certezza che il linguaggio di noi “tecnici” sia universale e forse è così!
Alla fine, non sapendo cosa dirgli per ringraziarlo del suo tempo e della pazienza, nell’accomiatarci mi uscì dal cuore: “Se tutti gli Italiani fossero come Lei, nel nostro Paese le cose andrebbero molto meglio!” e non aggiunsi altro; anche lui non disse nulla, ma fece un timido sorriso.
Ci abbracciammo come vecchi amici, anche se fino a un’ora prima non ci conoscevamo: il Maestro mi sembrò quasi commosso, ci accompagnò nei pochi metri che ci separavano dalla macchina e mi invitò a tornare quando volevo.
“L’aspetto” mi disse. “Devo farle vedere ancora qualcosina… Buon viaggio!” e se ne tornò dentro la bottega-sacrestia, sicuramente a finire di limare un pezzo d’acciaio prima di cena.
Intanto, noi cercavamo di uscire dalla corte manovrando con cautela e senza far troppo rumore, anche se la turbina del “Carrera 4” non voleva saperne di far piano e il rombo delle marmitte faceva tremare i vetri delle finestre soprastanti: per un istante ebbi la sensazione di essere un cane in chiesa e avrei preferito andarmene a piedi.

(nella foto: il maestro Vincenzo PERUGINI)

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