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C’ERA UNA VOLTA…
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Nel mirino del grillo
(le cose cambiano col passare del tempo: ma sempre in meglio?)


21/08/2009 - ore 14:46

Di questi periodi, una volta, le armerie erano comunque aperte e –al pari delle botteghe di paese- verso sera (smaltito il Solleone) diventavano un punto di riunione, un luogo di socializzazione per i cacciatori, nell’imminenza dell’Apertura generale della stagione venatoria, l’ultima domenica di agosto.
In queste serate di attesa ciascuno dei convenuti portava il suo contributo alla conversazione facendo un puntuale resoconto di ciò che aveva fatto nella giornata in favore dell’Evento: chi raccontava di essere stato a provare i cani e aveva trovato una brigata di starne, omettendo di indicare il punto preciso o addirittura depistando i presenti su colline remote, e chi era andato a “marcare” il capanno per le tortore con quattro frasche in croce, tanto poi bisognava tornarci il pomeriggio della vigilia a fare un riparo come si deve con verdeggianti rami di pioppo tagliati al momento.
Il fucile, se non acquistato nuovo quell’anno, non era un argomento d’interesse: tanto quello era e quello sarebbe rimasto anche per l’attuale stagione. Ma poi, chi avrebbe affrontato l’Apertura con un’arma nuova tra le mani? Meglio andare sul sicuro e portare in spalla la doppietta che era stata di papà, fedele compagna di tante uscite: seppure un poco allentata e coi legni graffiati, faceva ancora la sua figura… Altro che rumorosi automatici “a mollone”, che “scatorciavano” nel riarmare e si inceppavano sul più bello! Nessuno poteva sapere né ricordare quante lepri aveva fermato la vetusta Bernardelli “Roma TRE” (sì, proprio come l’Università di cinquant’anni dopo…) a due grilletti, caricata con le nere “DN” col piombo del n. 4 per la destra e del n. 2 nella sinistra (non si sa mai…)
E allora perché cambiare? Poi, c’era sempre chi dichiarava trionfante: “L’anno scorso ho tirato a tre lepri e le ho prese tutte con un colpo solo. Che ci faccio con l’automatico a cinque colpi?”, secondo il proverbio che recita: “Una botta, una lepre. Due botte, forse. Tre botte, un pezzo di… cappero!”
Semmai, l’automatico sarebbe stato acquistato più avanti, quando c’era da sparare ai tordi e ai fringuelli e due colpi, allo “spollo” o al rientro, a volte non bastavano: vedremo, per adesso teniamoci la doppietta di famiglia!
In quei consessi serali, maggiore attenzione era riservata alle cartucce, che molti dei presenti caricavano in casa, con nozioni di balistica e mezzi talvolta approssimativi, ma con risultati sempre sorprendenti. Sull’argomento si poteva rivelare di tutto, tanto poi “tra il dire e il fare…” e così si apprendeva di “mischietti” azzardati e policromi di polveri strane, accostamenti del dischetto bianco sulla polvere col martello (sui manuali c’era scritto “a sicuro contatto” o no?), piccoli inneschi per le polveri “dure” d’orecchio con la famosa “SUPERBALISTITE M”, vivacissima ed instabile come poche, ma amatissima dai caricatori domestici, che d’inverno si avventuravano ad utilizzarla anche “pura” in piccole dosi per gli uccelletti, soprattutto quando c’era nebbia o pioveva. I bossoli erano di cartone col fondello basso e rigorosamente riciclati, previa “ricalibratura” con l’apposito attrezzo a colonna e sostituzione dell’innesco. Il borraggio poteva essere di qualsiasi cosa compresa la crusca del grano (meglio nota come “semola”) o il sughero macinato, mentre i pallini venivano procurati barattando con l’armeria pezzi di piombo di risulta che in passato avevano servito per anni come condutture domestiche o canalette di scarico. Ovviamente in questa giostra i più avvantaggiati erano gli idraulici, che procuravano il piombo per fratelli e cognati i quali, in cambio, compravano la polvere (unica cosa che non si poteva “rimediare”…) o provvedevano al caricamento artigianale delle cartucce, magnificando le doti dei loro manufatti dalla resa balistica eccezionale, almeno così dicevano tutti.
Ma l’argomento principale, per chi li aveva, era costituito dai cani: “da penna” o “da lepre” (il cinghiale ancora non aveva invaso le nostre campagne e se ne trovava qualche esemplare solo nella Maremma toscana per una caccia tradizionale, che era comunque estranea al resto del mondo). Chi possedeva dei cani buoni, li citava per nome e ne parlava come di persone di famiglia, rievocando anche gli antenati (sempre dei cani…) con le lacrime agli occhi. Chi aveva cani giovani dava per certo che col tempo “si sarebbero fatti” anche loro (sarebbero, cioè, diventati bravi), perché il padre o la madre erano bestie eccezionali e sempre si chiamava a testimone di tali asserzioni qualcuno dei presenti.
E allora via a descrivere ferme statuarie, frulli roboanti di strane che raggelavano il sangue, inseguimenti e “canizze” da togliere il fiato, con la lepre sempre davanti al muso, riporti in mezzo alle più intricate spinaie o nelle macchie fitte, lavori interminabili sulle beccacce nelle impietose mattine autunnali, quando i primi freddi nel bosco facevano rimpiangere le calure agostane, od anche pingui carnieri di uccelletti da spiedo e da polenta, grazie sempre al fido ausiliare che andava a raccattare anche quelli tra l’erba medica, tanto che si potevano fare tranquillamente le coppiole a volo senza il rischio di perderne uno!
Questi fenomeni della natura (riferito ai cani) difficilmente avevano mai visto un veterinario e mangiavano contenti ogni giorno, per unico pasto, una bella ciotola colma di avanzi, tra i quali non mancavano certo ossa di pollo o di coniglio. In compenso però riposavano in comode cucce vicino alla stalla, con l’aria condizionata, calda o fredda a seconda della stagione. Questo trattamento speciale non impediva loro di campare una quindicina d’anni, accompagnando per giornate intere i loro padroni che col fucile in mano vagavano per le campagne o arrancavano le colline più impervie, mentre gli altri giorni facevano la guardia alla proprietà, abbaiando furiosamente se qualche estraneo si fosse avvicinato.
All’epoca, quanto si imparava sulla Caccia -per chi sapeva ascoltare- davanti alle porte delle armerie (dentro faceva troppo caldo ed anche il titolare si metteva sulla soglia, mezzo dentro e mezzo fuori, per partecipare alle discussioni) o fuori delle botteghe paesane in attesa dell’Apertura!
A quei tempi c’era posto per tutti e nella medesima giornata chi andava a tortore, chi a quaglie e fagiani, mentre i vecchi lepraioli scuotevano il capo vedendo sparare a volo, quasi fosse una cartuccia sprecata, a meno che non si trattasse di una starna, la quale –anche secondo la loro etica- “valeva la botta”.
Quando finalmente giungeva la settimana che culminava con l’ultima domenica del mese, solitamente pioveva! Violenti nubifragi estivi col loro profumo di terra bagnata e fulmini che schiantavano gli alberi: così le tortore facevano in tempo a partire per l’Africa prima dell’Apertura e i campi arati diventavano degli acquitrini argillosi dai quali era poi difficile cavare i piedi.
Talvolta i verdi stivali “Superga” diventavano palle di fango gigantesche e si procedeva in salita rischiando di farsi uscire un’ernia… Ma questo apparteneva già al “dopo”, alla domenica dell’Apertura, fatta di poco sonno, sempre faticosa e talvolta deludente.
Mentre, ciò che era più appagante -il gusto coi tempi e i modi dell’attesa, le chiacchiere in compagnia, i preparativi e la liturgia della vigilia, i piccoli segreti e le scaramanzie di ciascuno, le cose non rivelate agli amici/rivali, il posto deciso all’ultimo momento la sera precedente e l’ansia palpabile per tutto quello che ci avrebbe atteso e riservato l’indomani, in quell’unico giorno irripetibile- questo e molte altre cose ancora che non si sanno dire, riusciremo a provarle ancora?

Grillo Saggio
Il "grillosaggio" spara RC