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UNA VOLTA NELLA VITA (2a parte)
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Nel mirino del grillo
(bianche cime della Nuova Zelanda)


18/02/2010 - ore 19:29

Col passare dei giorni senza alcun esito aumentava tra noi un senso di tristezza generalizzato. Personalmente, mi incupivo sempre più crescendomi dentro un senso di incompiutezza e negatività: la cacciata più importante della mia vita stava per finire e io non avevo visto nulla, nemmeno da lontano. Sarebbe stato triste non avere niente da raccontare a nessuno negli anni a venire.
La sera del nono giorno, con un senso di profondo avvilimento e tristezza, l’amico Vincent mi fa: "Senti, io domani non vengo. Sono troppo stanco e voglio riposarmi tutto il giorno… Sono sfinito, sudicio e mi è davvero passata la voglia. Così entrambe le guide verranno con te: chissà che in due non ti portino fortuna..."
Rimasi sorpreso e cercai per un pò di dissuaderlo, ma lui fu irremovibile. Avanzai l'ipotesi che anch'io me ne sarei restato lì, ma le guide non ne vollero sapere: i ragazzi si sentivano professionalmente offesi e ci tenevano a completare il loro lavoro. Alla fine, desistetti!
All’alba, Vincent era sveglio e ci salutò senza peraltro uscire dal sacco a pelo, a sentire il freddo grifagno dell'esterno: provai, non lo nego, un senso di invidia a vederlo rannicchiato al calduccio. Così quell'ultima fatidica mattina salutammo l'alba in tre e ci incamminammo in salita. Peter si offrì di portare il mio fucile.
"Ti ringrazio, Peter. Ma non mi sentirei più un cacciatore di rispetto se permettessi a qualcuno di portarmi l'arma". Lui capì e sorrise gentilmente, senza fermarsi.
Per il decimo giorno di fila mi arrampicavo, ma con monotonia e privo di eccitazione. Non avevo neanche più la curiosità dei giorni precedenti, ero rassegnato e piuttosto già pensavo alla lunghissima doccia che mi sarei fatto quella sera all'hotel "NOAH" di Christchurch.
Tuttavia, la bellezza di quei luoghi trascendeva anche la mia tristezza, bastava guardarsi attorno per dimenticare tutto, anche se per poco.
Dopo circa un paio d'ore arrivammo sul bordo di una vallata, nel cuore della quale si distingueva una cascata d'acqua che sollevava spruzzi tali da sembrare vapore visti dall’alto. Ci fermammo lì a riposare un pò, mentre le guide –sedute con le gambe penzoloni sull'orlo del precipizio- scrutavano col binocolo.
Notai che ad un tratto bisbigliarono tra loro qualcosa, poi Philip venne da me e disse:
"Senti noi dobbiamo andare giù a valle a dare un'occhiata. Ieri sera ci hanno informato sulla ricetrasmittente che un altro gruppo ha abbattuto un Thar circa una settimana fà, ma senza riuscire a trovarlo. Noi pensiamo che sia precipitato in questo burrone e se è qui, sarà surgelato! Comunque riposati, noi staremo via solo una mezzoretta."
"Ok" dissi sorpreso, ma tanto l'idea di riposarmi mi andava proprio a genio e così mi distesi bello comodo, chiudendo gli occhi.
Sia pure sonnecchiando, nell'udire dei rumori indefiniti scattai istintivamente in piedi e imbracciando il fucile mi nascosi dietro una roccia, ma erano solo i ragazzi che ritornavano. Allora mi venne da riflettere che, in dieci giorni, non ero nemmeno riuscito a mettere un colpo in canna! "Com'è andata?" chiesi, a Peter che mi si era fatto vicino. Questi si fermò e si girò mostrando lo zaino che portava sulle spalle, fu davvero un'enorme ed insperata sorpresa per me vedere le grosse corna sulla grande testa di un Thar, legata all'esterno dello zaino, insieme all'intera pelle dell'animale, arrotolata con cura.
Apparentemente l'animale, mortalmente ferito dopo lo sparo di qualcuno, si era seduto su una roccia non lontano dalla cascata d'acqua ed è lì lo avevano trovato le guide, completamente ghiacciato come una statua.
“Beh... “ dissi fra me e me, “almeno uno l'ho visto; sia pure in queste stranissime condizioni, ma l'ho visto!”
Nel proseguire il cammino verso la vetta, io guardavo la testa di quell'animale che mi penzolava davanti sulle spalle di Peter, e non potevo fare a meno di provare un pizzico di invidia per quel fortunato cacciatore. Perché no una botta di fortuna anche a me?
Nel primo pomeriggio giungemmo quasi alla vetta, ci sedemmo come sempre avevamo fatto in quei giorni, e i ragazzi presero a scrutare lentamente con i binocoli. Dopo qualche minuto, con molta calma, Philip si girò verso Peter e gli disse:
"Dai anche tu un'occhiata sull'estrema sinistra della cima, dimmi cosa te ne sembra..."
Peter guardò per due o tre interminabili minuti e poi bisbigliò, "E’ un Thar, ed è pure grosso!" e così dicendo mi porse il binocolo indicandomi dove guardare.
In linea d'aria, la vetta si trovava a circa quattrocento metri da noi, eppure malgrado guardassi con la massima attenzione, vedevo solo neve, cespugli e rocce. Poi di colpo un piccolo movimento tradì l'animale e mi permise infatti di distinguerlo e col cuore in gola esclamai: "Finalmente ti vedo!"
Da quel momento in poi non staccarono più gli occhi dall'animale, non volevano perderlo di vista. Presumibilmente il branco si trovava dall'altra parte della vetta e i ragazzi avevano già deciso che quello era “il mio" Thar.
Il piano d'azione era semplice, fra noi e la vetta c'era un piccolo altopiano, grande all’incirca come tre campi di calcio messi in fila; bisognava quindi attraversare questa pianura il più velocemente possibile e arrivare così alla base della vetta, da dove non rimaneva che salire una cinquantina di metri e ..... ci saremmo trovato davanti la bestia, che sembrava notevole, almeno vista da là sotto.
Ci liberammo di tutta la zavorra, gli zaini e persino il giaccone di piumino, pronti per la corsa. Un'ultima occhiata coi binocoli per cogliere il momento giusto per cominciare a correre, all'ultima ora dell'ultimo giorno, al culmine di molti mesi di preparazione e di ricerche! Tutto si sarebbe giocato nei prossimi, pochi minuti.
Liberatomi del giaccone, mi proponevo di correre come un fante, portando il fucile nella mano destra, sì quello era certo il modo migliore per correre più agevolmente.
Aspettando che i ragazzi mi dessero il via, lo sguardo si posò di sfuggita su quell'altopiano, magari a cercare la migliore direzione per correre senza ostacoli e senza nulla che potesse rallentare la mia corsa, d'un tratto sull'estrema sinistra del mio campo visivo e proprio al bordo dell'altopiano, mi sembrò di vedere la folta criniera di un leone: era un Thar, a poco più di cento metri da noi!
Peter era ancora intento a scrutare la cima, lo toccai leggermente sulla spalla e indicando con il mio sguardo sussurrai:
"E perché non quello lì?" Le guide furono davvero sorprese che un neofita di quella caccia gli indicasse un Thar così a occhio nudo, e immediatamente volsero i binocoli in quella direzione. Dopo qualche interminabile secondo Peter disse:
"Questo è ancora più grosso… Mio dio, questo è di classe mondiale, è senz'altro un record!" e poi rivolgendosi entrambi verso di me "Concentrati, non te lo perdere, ti senti bene?"
"Sì, mi sento benissimo" risposi; lentamente e silenziosamente azionai l'otturatore del BAR accertandomi che incamerava il proiettile, poi con una strana calma aprii il caricatore inserendo un altro proiettile al posto di quello che ora era in canna. Il fido BAR era ora pronto con il suo massimo di cinque colpi, anche se difficilmente me ne sarebbe servito più di uno! Ecco, ora o mai più: l'animale brucava muovendosi molto lentamente e io aspettavo solo che si girasse un pochino così da mostrarmi un lato del suo corpo, per non correre il rischio di ferirlo soltanto. Peter si offrì di farmi appoggiare la canna sulla sua spalla, ma rifiutai con un cenno garbato della mano. Ora entrambi mi guardavano in silenzio con sorrisi di incoraggiamento.
Il Thar si era finalmente mosso lateralmente e la testa era ora alla mia sinistra, mostrando un trofeo veramente notevole. Imbracciai il BAR e posai la croce del Redfield sopra e un poco a destra dell’articolazione della zampa anteriore, premendo il grilletto. Un boato echeggiò per la valle e l'animale rotolò in discesa per una ventina di metri, poi d'un tratto sembrò puntellare le zampe anteriori come per alzarsi, così gli sparai di nuovo nello stesso posto, anche se Philip -che osservava la scena col binocolo- mormorò che lo avevo preso già bene la prima volta. Il Thar giacque immobile.
Il boato sembrò dare vita alla montagna intera e come per uno scherzo della natura una trentina di Thar comparvero dal nulla, correndo in tutte le direzioni.
"Ma questi dov'erano?" chiesi ingenuamente felice.
"E chi lo sà? È sempre così dopo: sbucano dal nulla!" rispose Peter.
Chiaramente era tornato a tutti il sorriso, ci furono abbracci e congratulazioni per me, mentre dal canto mio un’infinità di sinceri ringraziamenti per loro che avevano reso possibile tutto questo e dopo, le consuete foto di rito col trofeo assicurato.
Peter procedette a misurare le dimensioni delle corna del Thar, ripetendo quest’operazione per ben tre volte e annotando il tutto su un taccuino; poi dopo aver confrontato dei dati che aveva con sé, annunciò: "Questo trofeo si pone al nono posto nella graduatoria USA di tutti i tempi". Sorridendo mi tese la mano e disse: "Tu sei ora una celebrità tra i Cacciatori d’America!"
In meno di un quarto d'ora la mia vita si era capovolta, traghettando da un lago di tristezza ad un mare di euforia, e da allora questo episodio è rimasto per me una vera e propria lezione di vita.
Mi "ordinarono" di tornare al casolare, in quanto era ancora metà pomeriggio ma non volevano correre rischi inutili col buio incombente. Mentre loro procedevano a recuperare il trofeo e la pelle dell'animale, arrivai al casolare cercando di frenare il mio entusiasmo, perché in verità mi sentivo a disagio nei confronti del mio amico Vincent che purtroppo era rimasto a mani vuote. Ma quando gli raccontai come erano andate le cose, lui fu molto contento per me e mi abbracciò più volte; questo mi rincuorò un pochino. Dopo un caffè e due chiacchiere accanto al camino, sentimmo il rombo dell'aereo che atterrava e di lì a poco arrivarono le guide con i due magnifici esemplari di Thar.
La mia più grande e inaspettata sorpresa fu nell'apprendere che il primo Thar, quello recuperato in mattinata nel burrone, era stato abbattuto nel tardo pomeriggio del giorno precedente proprio dal mio amico Vincent! Vedendo l’animale colpito precipitare nella vallata, avevano concordemente deciso che lo avrebbero recuperato il giorno successivo. Inoltre avevano "congiurato" di non dirmi niente dell'accaduto a causa del mio stato d’animo di quel momento, in quanto non volevano che mi avvilissi ancora di più.
E’ così bello avere una storia come questa da poter raccontare nella vita di un Cacciatore ed è proprio vero: a volte la realtà –col suo lieto fine- si rivela ancor più imprevista dell’immaginazione.

(da una confidenza di Vincent Navanteri)

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