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LA PRIMA VOLTA
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Nel mirino del grillo
(come capita di appassionarsi a qualcosa per tutta la vita)


23/08/2010 - ore 23:41

Quando d'estate faceva tanto caldo e in campagna non si conosceva l'aria condizionata, noi ragazzi cercavamo di divertirci come meglio potevamo, ma soprattutto attendevamo l'arrivo della domenica. Questo giorno, infatti, portava sempre qualcosa di buono, magari un cono-gelato all'uscita della Chiesa o la festa del paese, con le sue poche bancarelle piene di tesori e cose buone da mangiare o comunque il pranzo con i tanti parenti che si radunavano per l'occasione, portando ciascuno qualcosa di pronto da casa sua.
Una cosa però davvero particolare era il “TIRAVVOLO” (tutto attaccato, con l'accento sulla prima “O”), come all'epoca veniva chiamato il posto dove nei mesi estivi e prima dell'apertura della Caccia, si poteva sparare a qualche piattello, appunto la domenica pomeriggio, in un posto tranquillo che chiamare “Campo di Tiro” sarebbe stato eccessivo.
Si trattava, infatti, di una spianata a mezza costa in un punto in cui il terreno davanti creava una piccola vallata digradante. In assenza di case e nel verde più completo era posizionata una mitica “DIAVOLA ROSSA”, coperta alla vista da una lastra di “eternit” posta in verticale. Nella piazzola dietro trovava posto un tiratore alla volta, che -col proprio fucile da caccia e la cartucciera allacciata stretta- si cimentava nel cercare di rompere piattelli rigorosamente neri che alla chiamata sfrecciavano sullo sfondo scuro, lanciati a mano da un poveretto che stava tutto il pomeriggio nella buca sottostante a creparsi di caldo!
La scena del tiro -con le immaginabili implicazioni emotive per chi ci si trovava- avveniva davanti ad un folto pubblico di amici, conoscenti, paesani ed estranei, che commentavano ad alta voce le numerose “padelle” ed i rari successi. Al frantumarsi del piattello (detto “catramino” proprio per il colore), c'era sempre qualcuno che esclamava qualcosa di positivo all'indirizzo del cacciatore (per una volta, “tiratore”) in pedana.
Le cartucce ognuno si portava le proprie, anche per cercare di “svecchiare” le munizioni di cartone che giacevano da qualche anno nel bauletto della cantina ed accennavano a rigonfiarsi per l'umidità. Difficilmente si percepivano due spari simili fra loro: la “botta” -come si chiamava allora- aveva il suono più imprevedibile: dal boato detto “cannonata”, alla “cilecca” (abbastanza frequente) di quando il “fulminate non appicciàva” (l'innesco non si accendeva), come pure il numero del piombo utilizzato era... quello che capitava!
Eppure, che emozione per noi ragazzi che assistevamo eccitati a quella sarabanda di spari, commenti, esclamazioni le più varie (pure con qualche bestemmia) e pacche sulle spalle a chi usciva infine sudato dalla pedana, esausto dopo la prova. C'era sempre il tizio che commentava l'orgia di botti e criticava lo spreco di cartucce che sarebbero state buone per ammazzare “L'ANIMALI” (così si appellava la selvaggina in genere), invece che spararle dietro ad inutili pezzi di carbone pressato e catrame, che non si raccoglievano e soprattutto non si mangiavano!
Queste postazioni stagionali, aperte solo la domenica ed il sabato sera (se c'erano i fari per giocarsi qualche prosciutto “in notturna”), servivano soprattutto per taluni a provare il fucile comprato in attesa dell'apertura -l'ultima domenica d'agosto- che tardava ad arrivare, soprattutto per chi aveva appeso in camera l'oggetto nuovo nel fodero di canapa color verde scuro, omaggio dell'armeria insieme alla cinghia. Come resistere fino a quel giorno? Allora eccoci tutti al “TIRAVVOLO”, a sparare fino a farsi venire il livido alla spalla destra, finché finivano le cartucce o i soldi o entrambi!
Si tornava a casa felici, stremati, eccitati e pronti a ricevere le critiche dei “vecchi”, che non concepivano come si potessero sprecare tante cartucce senza risultati concreti.
Eppure, ogni tanto, anche qualche anziano cacciatore -forse per dimostrare davanti a testimoni di essere ancora in gamba- si presentava per la prima volta sulla piazzola dietro la temuta “DIAVOLA”, imbracciando la sua fida doppietta in cal. 16 a cani esterni e pretendeva di sparare le cartucce ricaricate in casa, che entravano a forza nelle camere del fucile.
In questi casi -per una questione di rispetto- il silenzio regnava di colpo tra gli astanti e si assisteva divertiti ma composti, all'inaspettato diversivo. Una volta, uno di questi cacciatori -dopo essersi fatto spiegare come funzionava il “giochino”- si era messo in posizione semi-imbracciata chiamando il piattello, ma all'uscita non aveva fatto una mossa. Ripetuta la manovra, chiamava, il piattello sfrecciava via verso la macchia, ma lui non si muoveva. Insomma, dopo tre o quattro lanci a vuoto, il gestore si rese conto che il tizio semplicemente non vedeva i bersagli e così gli spiegò meglio come doveva fare, consigliandogli di partire col fucile imbracciato. Detto fatto, complice il corto calcetto della doppietta da caccia e l'emozione di trovarsi al centro dell'attenzione sotto gli occhi di tutti, in nostro eroe chiama il piattello con voce forte e si muove “a strappo” all'inseguimento del bersaglio. Lo sparo non arriva e lui resta fermo con fucile imbracciato e puntato, mugolando “Il cane... Il cane!”
Insomma, non chiedetemi come, ma il soggetto -che si era mosso vistosamente sulla chiamata- era riuscito a prendersi il labbro superiore col cane al momento in cui aveva premuto il grilletto senza -per sua fortuna- che il colpo fosse partito. Nonostante la situazione preoccupante, col sangue che scendeva copioso da labbro perforato sulla cacciatora di fustagno del povero cristo, l'ilarità generale ebbe il sopravvento. Mentre un paio di volontari andarono in soccorso del malcapitato per liberarlo dalla dolorosa trappola in cui si era arpionato, il restante pubblico era letteralmente piegato in due dalle risate in uno di quei non rari fenomeni di irrefrenabile riso collettivo, che ci coinvolgevano più spesso nel passato, quando eravamo più poveri, avevamo molto più tempo da perdere in cose inutili e riuscivamo a divertirci senza cattiveria sui contrattempi degli altri, anche perché in fondo non era successo nulla di grave.
Ecco, in contesti come questo -una cinquantina d'anni fa- era capace che nascessero delle sincere vocazioni per lo sport del Tiro a Volo e chi si era trovato ad assistere da ragazzo a queste feste domenicali nella calura del meriggio estivo, magari col tempo avrebbe praticato seriamente l'attività, con armi più adatte, senza cani esterni e tirando a bersagli non più neri, con cartucce non più di cartone rigonfio, con poco piombo ma del numero giusto e forse qualche buon risultato, sia pure ogni tanto.

Grillo Saggio

(grillosaggio@iltiro.com)
Il "grillosaggio" spara RC