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BECCACCIA, AMORE MIO!
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Nel mirino del grillo
(imprevedibilità della beccaccia e relative “leggende metropolitane”)


27/11/2011 - ore 21:41

Nei primi anni '80, poco più che ventenne e senza precedenti in famiglia, iniziai a dare sfogo alla mia grande passione per la Caccia. Dopo aver divorato tutto quel poco che allora c'era di pubblicato in materia venatoria ed essermi abbonato a “Diana - La Rivista del Cacciatore”, con tanta confusione in testa in materia di vita, migrazione, luoghi di pastura, di soggiorno e di modalità di caccia dell'arciera, mi ritrovai di sera ad ascoltare, nel circolo cacciatori del paese dove mi ero da poco trasferito, i racconti più strani e i motti correnti sugli incontri con la Regina del bosco. Ascoltavo defilato, ma con molta attenzione gli anziani ed i loro aneddoti di caccia cercando di selezionare un filo logico per approcciare quel selvatico tanto agognato!
Un detto su tutti, mi aveva colpito: “Nel terreno coperto da falasco non pascolano neanche i somari, figuriamoci la beccaccia!”; infatti, come noto, essa predilige terreno senza fogliame, con qualche cespuglio rado, non gradisce il bosco molto folto e sporco e cose del genere...
In una di quelle serate di novembre che appannavano i vetri del circolo conobbi Luigi, un esperto cacciatore di beccacce il quale, forse per avermi visto così interessato ed attento, mi chiese se avessi gradito uscire a caccia il giorno dopo con lui. Ovviamente accettai con tanta felicità nel cuore e gli chiesi timidamente se potevo portare anche il mio cane “Mosè” (quando era ancora cucciolo, infatti, lo avevo salvato dalle acque vorticose di un torrente, dove mani ignote avevano pensato bene di cercare di affogarlo). Luigi accettò, mi parve di buon grado, forse in cuor suo con la certezza di farmi notare l'indomani la differenza tra un cane qualsiasi (come era il mio) ed uno “specialista”, come quello che aveva lui...
Dopo poche ore di sonno tempestoso, interrotto a tratti da improvvisi risvegli, finalmente partimmo per la montagna che sovrastava il paese che era ancora notte fonda. Il cuore, durante il tragitto in auto, pulsava d'emozione fino ai timpani, nell'attesa di arrivare sul posto per incontrare il selvatico così ambito e svelarne i segreti, ascoltati tante volte nei racconti serali al circolo. Giunti sul posto e sistemato l'equipaggiamento, sciogliemmo i cani (Luigi con il suo “specialista”) e, con mia grande meraviglia, vidi per la prima volta Mosè cacciare nel bosco sopra i sentieri percorsi da noi con una cerca, un collegamento ed un'ubbidienza da cane votato a questa caccia! Sembrava quasi che “conoscesse” da sempre quei boschi, dimostrando una cerca minuziosa ed attenta, seguendo ogni piccola traccia odorosa, tuttavia pronto a raggiungermi ad ogni mio sibilo di richiamo.
Poi finalmente, quando ero già provato, trovammo la Regina... Ma, purtroppo per noi, ne incocciammo una “impaesata”, cioè molto molto esperta e smaliziata. Infatti non si faceva fermare involandosi da sola, radente al suolo come un fantasma nell'ombra: noi sopraggiungendo trovavamo i cani in ferma che poi rompevano pasturando bramosi il terreno, ma di lei... restava solo l'usta calda!
Luigi allora (da esperto cacciatore qual'era) mi suggeri di precederlo e fermarmi nelle radure a scoprire e marcare le sue “rimesse”. L'idea era buona, ma fu così che ne intravidi l'ombra solo un paio di volte, senza avere neanche il tempo d'imbracciare o di marcarne la rimessa!
Dopo un paio d'ore di questi giochini della Regina, noi ed i cani eravamo stanchi e delusi; ci fermammo al limitare dell'immenso bosco così tante volte attraversato avanti ed indietro, dall'alto in basso alla ricerca della nostra furba amica “fantasma”. Eravamo incerti sul da farsi (erano ormai quasi le 11 di mattino...) quando vidi il mio Mosè in ferma statuaria, dal prato col muso verso il limitare del bosco.
Luigi neanche tirò giù il fucile dalla spalla, pensando ad una ferma su un qualsiasi stimolo ma io -credendoci- corsi vicino al cane con il fucile pronto ed il cuore nelle orecchie e LEI s'involò, ora calma e solenne, verso il prato scevro di piante, ignorando completamente il bosco e le sue “difese”. Un colpo e l'arciera fu a terra verso Mosè che l'aspettava e che l'abboccò delicatamente, schivando il cane di Luigi (che gliela insidiava) e riportandomela in mano. Ovvia l'intima gioia e soddisfazione per la mia prima beccaccia e per il “mio” cane, che non smettevo di abbracciare e
che mi mordicchiava le mani partecipando alla mia contentezza. Luigi mi sembrò pensieroso e distaccato; forse rifletteva sul fatto di aver sottovalutato un neofita, che di fatto lo aveva superato con un ausiliare “ex-randagio”. Lui e il suo cane, specialisti e profondi conoscitori del luogo e del selvatico!
“Fortuna, solo fortuna...” gli andavo ripetendo io per consolarlo, ma di sicuro lo facevo intimamente arrabbiare di più! Tuttavia, superato il primo momento di estasi, mi chiedevo -tra me e me- come mai una beccaccia, con l'arguzia dei tanti stratagemmi difensivi messi in atto contro di noi, potesse poi risultare così ingenua da farsi abbattere volando verso un prato senza nessun ostacolo e dove sbagliarla era praticamente impossibile. Ma di lì a poco avrei compreso il perché di questo comportamento della defunta Regina!
Data l'ora tarda, Luigi decise di ritornare verso l'auto ma, dopo aver rimuginato tra me e me, gli proposi di esplorare un isolotto di bosco di querce su di un costone poco distante, dato che ci avrebbe sottratto solo pochi minuti e con una minima deviazione nel tragitto verso il nostro automezzo. Quella zona, secondo un mio semplice ragionamento, avrebbe potuto essere la meta della beccaccia abbattuta poco prima... ma ebbi pudore a dirlo a Luigi, dal momento che poteva risultare un'idea balzana!
Infatti, lui mi scoraggiò subito: “Qui vengo da tanti anni, ma non ho mai trovato beccacce né in quel macchione e neanche nelle vicinanze!” Comunque acconsentì alla deviazione, forse per dimostrarmi che era tempo perso. Lui scelse di entrare col suo cane da sopra, mentre io con Mosè, dal basso avremmo osservato e seguito il campano del suo cane, spostandoci sotto al suo tragitto. E così obbedii, pur avendo voluto appassionatamente fare il contrario. E mentre osservavo attentamente un
eventuale volo in alto verso il bosco e con le orecchie attente allo scampanellio del suo cane, mi accorsi che più non mi giungeva quello di Mosè. Abbassato lo sguardo verso sinistra e, al limitare inferiore del bosco, a non più di cinquanta metri, dentro un falaschetto alto quasi come il mio cane, vedo la sua sagoma immobile! Mentre mi muovo rapido verso di lui, mi viene in mente il motto dei vecchi cacciatori: “Nel falasco non ci trovi neanche i somari al pascolo” e cominciai a dubitare -stavolta sì- dell'autenticità di quella ferma.
Ma più mi avvicinavo e più mi accorgevo che il selvatico doveva essere talmente “inebriante”per Mosè che era praticamente steso a terra, con tutti i muscoli tesi in contrazione e leggermente tremebondi. Dissi a me stesso che non poteva essere una “ferma falsa” quella... Ebbi tutto il
tempo di osservare, ragionare e di piazzarmi al meglio per l'eventuale tiro, con una tensione che era divenuta ormai ingestibile e, visto che Mosè non si decideva a “dare sotto”, allora lanciai un bossolo davanti al cane... Lui schizzò in avanti e dal falasco si alzarono in ordine sparso ben quattro beccacce con un frastuono d'ali che -a ripensarlo- ancora oggi mi si accappona la pelle!
Una frazione di secondo e due Regine presero la stessa direzione alla mia destra, costeggiando il bosco e con due colpi le abbattei, facendo una “coppiola” di quelle che raramente vengono bene nella vita di un cacciatore! Mentre delle altre due, una prese verso il basso e si perse alla vista e l'altra scavallò a sinistra, coprendosi velocemente dietro il costone roccioso.
Luigi, in alto nel bosco -uditi i due colpi in rapida successione- mi chiamò per chiedermi a cosa avessi sparato... Allora risposi: “Scendi, che te lo dico!” e non potevo trattenermi dal ridere.
Nel frattempo, le arciere erano già con me, riportate una dopo l'altra da uno scodinzolante e baldanzoso “fratello di avventure”. Mentre attendevo che Luigi scendesse esplorai l'erbaio “sporco” (che mai e poi mai avrebbe dovuto ospitare “SOMARI” al pascolo) e capii tutto: da una modesta formazione rocciosa nascosta che sul terreno scosceso dal boschetto scendeva fino a me, giungeva un rigagnolo d'acqua che aveva permeato terreno e radici circostanti, creando un habitat umido ideale per larve e lombrichi. Pertanto, le beccacce, nascoste dalla vegetazione e con tanta abbondanza, “lombricavano” anche a giorno fatto, tanto nessuno mai sarebbe andato ad insidiarle fin lì, in quanto è risaputo che “NEL FALASCO, NEANCHE I SOMARI...!”

(da una confidenza di Stefano Mentoni)

Grillo Saggio
Il "grillosaggio" spara RC