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IL MORBO VENATORIO
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Nel mirino del grillo
(non tutte le “malattie” sono da curare...)


24/12/2011 - ore 12:30

Il “Morbo Venatorio”, come lo chiama il mio vecchio amico Stefano, si impossessa senza preavviso di bravi giovani di famiglia e li costringe ad alzarsi all'alba, anche in pieno inverno, per andare ad insidiare -col fucile in mano- selvaggina volante e corrente di ogni specie consentita dal Calendario venatorio. Trattasi di grave patologia, quasi mai curabile del tutto e che col passare del tempo assume una forma cronica, talché chi ne è contagiato se la porta praticamente finché campa e ci deve convivere, sfidando le ire di madri, mogli, figlie protezioniste ed insegnati delle medesime, che definiscono l'ammalato “un assassino”, parlandone liberamente in classe senza ritegno né pudore!
Un esempio tipico di severo contagio da tale morbo può essere proprio quello dell'amico che lo ha identificato e descritto in tutti i suoi sintomi. Questi, nato ed allevato in campagna, cresciuto dai nonni materni (i genitori insegnavano negli anni '50 del secolo scorso in giro per le sedi scolastiche della provincia di Macerata), sentì da subito in lui la curiosità del bimbo che, immerso nella natura, osserva il volo e la conoscenza dei vari tipi di volatili, sia stanziali sia migratori, essendone sempre più ammirato ed interessato.
Ma lui stesso ci racconta così la storia:

“Un prozio che frequentava abitualmente la casa dei miei nonni (appassionato apicultore e profondo conoscitore della fauna aviaria), con cui passavo lunghe ore, mi indicava gli uccelletti che soggiornavano nei campi o posati sugli alberi della confinante macchia, nominandoli uno ad uno e descrivendone il piumaggio, le modalità di nidificazione, le abitudini alimentari, i momenti di migrazione, amplificando ulteriormente la mia voglia di conoscenza diretta sull'argomento. Nei lunghi inverni nevosi di quegli anni cominciai a disporre trappole per catturarli ed osservarli da vicino, per poi liberarli senza danno.
In seguito (avevo circa dodici anni), durante un'estate passata in un paesino di montagna con un altro mio zio cacciatore, cominciai con lui ad assaporare l'antico rito della levata mattutina un'ora prima dell'alba per poi partire, su una “Lambretta” col cane (un epagneul-breton, comunemente da lui detto “il bretone”) accovacciato sulla pedana ed io allacciato allo zio dietro sul sellino, per gli appezzamenti di montagna (all'epoca coltivati) alla ricerca di starne e quaglie. Talvolta -a ripensarci- sento ancora quell'odore magico della notte, il sentore unico che mandano i pioppi bagnati dalla rugiada, la frescura dell'aria sul viso, il rumore del motore a un pistone e l'odore acre e fumoso della miscela bruciata che saliva dallo scarico, dopo aver trascorso la prima parte della notte ad occhi aperti, nel timore di addormentarmi profondamente e non sentire poi mia madre che mi avrebbe svegliato. A quei tempi, ogni volta che si andava a caccia ero fortemente eccitato e suggestionato anche solo all'idea di sparare a volo per la prima volta ad un animale sotto la ferma del cane, senza che alcuno mi avesse mai detto precisamente come fare. Infatti, i primi colpi li avevo tirati ad uccelletti appollaiati a fermo con cartucce di poco piombo del n.10 fatte in casa ed ero stato sconsigliato da un conoscente cacciatore di sparare al volo “per il momento”, chissà mai perché... Ma forse soltanto per la penuria di munizioni che c'era all'epoca.
Comunque, una di quelle mattine fatate, a giorno pieno e dopo aver già camminato abbastanza in salita, ci inoltrammo per un bel tratto nelle stoppie bagnate e il cane resta in ferma. Zio Raoul mi consegna allora la sua doppietta con tre sole raccomandazioni: non impallinare il cane, dar tempo alla quaglia di allungare il volo e tirare d'istinto ad occhi aperti, senza mirare. Come descrivere oggi le sensazioni profonde, le emozioni palpitanti del cuore a mille, l'attenzione per non sbagliare il colpo? Ma in fondo queste sono identiche anche oggi...
A farla breve, la conclusione fu che centrai il povero animale dopo che aveva percorso appena qualche metro di volo e il cane mestamente riportò un'ala, quale unico trofeo da esibire a mia madre al ritorno.
Bene, dirò che da allora anche oggi sparo alla quaglia (come a tutti gli altri animali) a non più di 10- 15 metri dall'alzata, soltanto che adesso ho le cartucce e le strozzature del fucile adatte a non raccogliere soltanto le ali del selvatico!
Successivamente, il mio “morbo venatorio” non ebbe più modo di esprimersi (se non saltuariamente, accompagnando qualche amico) perché mio padre era fortemente contrario alla Caccia. Miei coetanei, col consenso del loro padre, a 16 anni già avevano la licenza venatoria ed io dovevo mordere necessariamente il freno, invidiandoli tanto. Poi lo studio, l'università, il servizio militare di leva, il lavoro ed il matrimonio con una ragazza figlia di cacciatore il quale, sentendo la mia frustrazione per non aver potuto coltivare questa profonda passione, mi spronò a prendere finalmente la licenza e ad acquistare un cane! Lui, per parte sua, mi regalò uno dei suoi fucili, un automatico inerziale in cal. 20, che tuttora conservo e con piacere, talvolta utilizzo. Eravamo agli inizi degli anni '80... e avevo perso tanto di quel tempo, che cercai di recuperare andando a caccia ogni qualvolta mi era possibile. Poi a causa del lavoro e dei suoi impegni (e di un cane che rifiutava le beccacce...), non rassegnandomi a diventare un “cacciatore della domenica”, scelsi responsabilmente e dolorosamente di abbandonare il rito di Diana pur avendo sempre il pensiero e l'occhio “rivolto in cielo”, ad osservare il volo dei migratori nei periodo giusti dell'anno, a monitorare -durante i lunghi percorsi in auto- il tempo, i venti che portano la migrazione ottobrina e novembrina, sempre attento ai racconti degli amici cacciatori, sono stato per una decina d'anni senza più concedermi alla mia grande passione.
Ma oggi, finalmente pensionato, dopo la decantazione di tutte le problematiche e smaltite in buona parte le “tossine” legate alla frenetica vita lavorativa, è riemersa cristallina l'essenza della mia anima e la voglia di darle “taumaturgica terapia”. Sono tornato a rifare un percorso da “neofita” e quindi mi sono procurato un cane (un cucciolo di “bretone”... guarda un po'!) per saziare finalmente quella voglia viscerale alla ricerca di me stesso, di quel che sono stato e di quello che voglio essere senza autocensure, senza tempi misurati ma unicamente con i sensi tesi a percepire l'incanto dell'alba, la brezza sottile in faccia, il suono di un verso, il fruscio rapido di una volpe, il mio respiro sempre più calmo e profondo, che si condensa nell'aria gelida del mattino... Che il tempo si stia fermando?
In bocca al lupo, amico Grillo: un abbraccio fraterno.”

Beh, se tanto mi dà tanto, credo proprio che da questo morbo non si possa mai guarire ed anche chi crede di esserlo, poi è soggetto a profonde e perniciose “ricadute”, che vanificano gli sforzi di astinenza fatti per anni!

Grillo Saggio
Il "grillosaggio" spara RC