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QUANDO LA CACCIA SI CHIUDE
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Nel mirino del grillo
(in una gara di resistenza bisogna capire quando è giunto il momento di ritirarsi)


18/03/2012 - ore 12:14

Quando ero ragazzo (ma già da bambino) trascorrevo le mie lunghe e pigre estati in Umbria, lontano dalla calura della città, ma soprattutto dalle trasferte al mare “mordi e fuggi” col trenino dei “fagottari”, per andare a mangiare su qualche metro di spiaggia libera (e sporca) “pane, formaggino e sabbia”. Pur di scampare a quelle interminabili giornate sotto l'ombrellone (anch'esso portato in due pezzi da casa) ma con le spalle comunque arrossate, l'acqua che era finita e la “Coca Cola” costantemente negata, sarei sceso a patti col demonio! Figuriamoci perciò quante promesse ogni anno facevo ai miei genitori che, se mi avessero mandato in Umbria dagli zii e dai cugini, non avrei dato loro alcun fastidio, sarei stato buono, avrei mangiato tutto e tante altre amenità: insomma, qualsiasi cosa, compresi gli improbabili e famigerati “compiti delle vacanze”!
Questa premessa per dire che -alla fine e per fortuna- partivamo dalla città semi-deserta ed asfissiante per giungere finalmente in collina, fra uliveti, vigne, macchie e campi di grano a perdita d'occhio, in attesa della trebbiatura!
Così fino all'età adulta, mi sono trovato a vivere per nove mesi all'anno con le comodità e gli agi cittadini, ma da giugno alla fine di settembre ho avuto la fortuna di stare in campagna, nel suo periodo climaticamente migliore e con frutta, verdure, ortaggi sempre freschi a disposizione... Oltre al pane fatto in casa ed al prosciutto col taglio avviato.
Nel paese dove trascorrevano lente e oziose le mie estati di adolescente senza affanni, andavano ovviamente tutti a Caccia e l'attività venatoria era un argomento “da uomini”; in quanto madri, mogli e sorelle dei “CACCIATORI” avevano il compito di spennare o “scorticare” la selvaggina per poi cucinarla, quasi sempre allo spiedo con salvia e rosmarino, dopo averla abbondantemente spennellata con olio d'oliva artigianale, color verde ramarro velato...
Tuttavia anche le donne di casa partecipavano (con zelo ostentato) alla gioia per la buona riuscita della battuta e si dicevano orgogliose dei carnieri fatti dai loro uomini, capaci di portare la “ciccia a casa” per la famiglia, secondo un atavico istinto vecchio quanto l'uomo, ma ancora vivo e palpitante, soprattutto in certe realtà culturali una cinquantina d'anni fa. Quindi, all'epoca anche le donne di casa conoscevano a menadito gli abbattimenti eseguiti da padri, mariti e figli, le mirabìlie dei tiri a distanze impossibili e l'abilità dei singoli Cacciatori... Così, la domenica mattina uscendo dalla messa in paese e parlando fra loro a gruppetti, le donne avevano il vezzo di far finta di lamentarsi per il troppo lavoro che gli era toccato fare in aggiunta al resto, dacché si era aperta la Caccia, avendo dovuto scorticare un “tot” di lepri e spennare non si quante tortore e/o fagiani! Naturalmente, guai a non portare loro a casa qualcosa da cucinare... Diventavano ironiche e talvolta sarcastiche, rimproverando gli uomini che avrebbero potuto sistemare la stalla invece di andare in giro a perdere tempo col fucile in mano oppure che per il pranzo domenicale avevano dovuto ammazzare loro un coniglio da mettere allo spiedo, mentre a casa d'altri si mangiavano lepri e starne ecc. ecc., con una partecipazione inaspettata all'attività venatoria da lasciare stupiti!
Le stesse donne avevano cura dei panni del Cacciatore e del suo equipaggiamento, stivali compresi, ma non si azzardavano a toccare fucile e cartucce, in quanto oggetti definiti “pericolosi”...
In questo contesto ero ancora molto giovane quando conobbi Fausto, agricoltore e piccolo allevatore di bovini, ma soprattutto grande Cacciatore! Era un buon lavoratore, serio e onesto, benvoluto in paese, sposato e padre di famiglia, attento a non far mancare niente a casa.
Ma quando si avvicinava l'ultima domenica d'agosto e, con essa, la tanto attesa apertura della stagione, Fausto diventava un altro: lavoro, genitori, moglie, figli, amici e vicini di podere, tutto passava in secondo piano. Guai a cercare di ostacolarlo nelle sue uscite all'alba per segnare il capanno o per cercare di tracciare le brigate di starne in vista della fatidica domenica...
Quando poi era quell'alba, non ce n'era proprio per nessuno: Fausto aveva l'abilità di trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto e portava a casa immancabilmente qualcosa da mangiare! Rispettoso della Natura non approfittava -come agevolmente avrebbe potuto- dell'abbondanza dell'epoca e rimandava ad una prossima volta ulteriori abbattimenti per pranzi futuri, tenendo però gelosamente custoditi i segreti dei viottoli nella macchia e delle tane a lui note o delle stoppie al limitare della vigna dove trovare ciò che mai ha smesso di cercare in tutti questi anni... Povero di mezzi, con la sua solita doppietta e le cartucce di cartone ricaricate in casa sul tavolo della cucina nelle interminabili sere d'inverno davanti al focolare, tuttavia sempre animato da una passione travolgente, Fausto è andato per una vita a Caccia negli stessi posti, quasi sempre da solo coi suoi cani, che allevava e curava con l'affetto riservato ai figli. Però mi portava volentieri con sé sin da quando non avevo ancora il fucile, sia perché “ero di fuori”, sia perché mio padre era molto stimato in quanto era riuscito “a fare fortuna” in città; così beneficiavo indirettamente della considerazione di cui godeva...
Si potrebbero raccontare tante avventure in aperta campagna, quando si poteva ancora andare a Caccia senza il tesserino regionale, le quote di abbattimento, gli ambiti territoriali e tutte le altre cose che adesso hanno dissuaso tanti appassionati dalla pratica venatoria. Quando accompagnavo Fausto e i suoi cani per le verdi colline umbre, fra macchie e campi arati, al limitare di vigne e uliveti, gettando sassi nelle spinaie per far involare “chioccolando” qualche merlo dal becco giallo, ricordo che bastava soltanto aver “rinnovato la licenza” e fatto i versamenti, rispettare gli appostamenti fissi degli altri e le giornate di silenzio venatorio, oltre ovviamente a non sparare ai selvatici protetti (ma all'epoca erano soltanto i rapaci, i pettirossi e le rondini). Con semplicità e smisurata passione si andava a Caccia così, ignorando l'esistenza del cinghiale, camminando per ore spesso a vuoto, ma godendo comunque del lavoro dei cani e trovando sempre qualcosa da riportare a casa... non fosse altro che una manciata di more!
Poi il corso delle nostre rispettive esistenze ci aveva separato, anche se nulla di brutto era mai accaduto con Fausto e conservavamo certamente entrambi piacevoli ricordi delle giornate trascorse col fucile in spalla, insieme a far le stesse cose... Quanto tempo era trascorso? Tanto, forse troppo, ma mai abbastanza per dimenticare...
Così anni fa ero riuscito finalmente ad andare a trovare Fausto a casa sua, sul ben noto podere. Era estate e faceva caldo, l'apertura alla terza domenica di settembre appariva lontanissima e lui stava seduto su un ceppo di quercia davanti alla stalla, a godersi l'ombra solida del muro. Quando mi avvicinai mi riconobbe e si alzò in piedi di scatto, ma barcollò vistosamente e lo ripresi per un braccio. Per poco non cadeva all'indietro e rimasi male nel vederlo ridotto così... Mi abbracciò commosso, come sempre capita ai vecchi e non finiva mai di ripetere il mio nome... Con poche battute mi rallegrai trovandolo lucidissimo e ben presente, ma il fisico lo aveva tradito. Una recente caduta dalla bicicletta aveva purtroppo fatto il resto, con la frattura del piede destro in tre punti: che fine ingloriosa per un cristiano che in vita sua aveva camminato quanto il sole! Parlammo allora a lungo, ma non di donne o di macchine, né di interessi o di lavoro e né di soldi ma solo di CACCIA, la passione dominante della sua vita...
Quell'anno gli sarebbe scaduto il Porto d'armi -mi raccontò- e lui avrebbe dovuto procedere al rinnovo completo, con tanto di visite mediche specialistiche, fotografie, certificati e tutto ciò che sappiamo, già complicato ed aleatorio per un giovane in buona salute!
Fausto aveva ancora smania di andare a Caccia, nonostante tutto, ma si rendeva conto del suo stato. Dopo aver fissato a lungo il suo piede ingessato, mi guardò mormorando: “E adesso chi te la rinnova più la licenza?”. Poi girò il viso dall'altra parte e cominciò silenziosamente a piangere. Mi allontanai vigliaccamente pressato da un'emozione incontenibile e lo lasciai così, all'ombra del sole morente di luglio, sperando che ci sarebbe stata un'altra volta per poterlo salutare degnamente.
L'anno successivo, quasi per caso, venni a sapere che Fausto aveva smesso di andare a Caccia per sempre.

Grillo Saggio
Il "grillosaggio" spara RC