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INNAMORARSI ANCORA?
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Nel mirino del grillo
(quando si amano le cose e si usano le persone)


20/08/2012 - ore 19:12

In oltre trent'anni di onesta ed appassionata pratica tiravolistica sui Campi del Regno, l'avv. Lino Cozzamara aveva perso il conto di quanti fucili aveva posseduto e poi cambiato, a seconda delle diverse Specialità da lui praticate nel tempo per periodi più o meno lunghi. Ovviamente li ricordava tutti, anche con le loro caratteristiche tecniche e per le soddisfazioni che -chi più e chi meno- gli avevano dato in pedana. Tuttavia, da almeno una decina d'anni, la smania di cambiare fucile ogni poco si era in lui affievolita, in uno ai risultati in pedana che (anche per una questione anagrafica) si erano ormai attestati su livelli di media sopravvivenza, consentendogli comunque di “salvare la faccia”, e neanche sempre... Si contentava perciò di sparare con quello che già da anni aveva in casa, onesti “catenaccioni” (come affettuosamente li chiamava lui...), ma in realtà bei fucili nazionali di quelli con cui da sempre e tuttora si vincono le Olimpiadi, bastandogli la soddisfazione di partecipare con decoro alle grandi Gare ed alle Competizioni “di cartello”, nonché di “scippare” ogni tanto qualche salume stagionato sui Campetti della Mutua ai “prosciuttari” di mestiere. Insomma, egli non andava cercando nulla di più, né altro di diverso da ciò che gradualmente aveva selezionato come sua dotazione ideale di Tiratore in declino.
Comunque, un pomeriggio di primavera, seguendo uno di quegli stimoli che per insofferenza o noia verso la “routine” della quotidianità prendono anche i soggetti di minore fantasia, l'avv. Cozzamara decise -uscendo dallo studio ben prima del solito- di recarsi senza un motivo al mondo presso la nota armeria che dalla metà del secolo scorso ha sede in centro a Brescia, non lontana da piazza della Loggia. In passato vi era stato assiduamente ed aveva acquistato lì buona parte dei fucili di pregio che erano passati per le sue mani, ma col tempo -come detto- essendosi stabilizzato nei suoi bisogni, le visite al “santuario dei fucili” erano diventate sempre più rare, parendogli sconveniente far perdere tempo a chi stava lavorando e che gli faceva comunque un'ottima accoglienza, senza poi comprare mai nulla, in quanto “a casa aveva già tutto”, come diceva spesso quasi a giustificarsi.
Quella volta però, i suoi passi lo condussero quasi inconsapevolmente nel “sanca santorum” della camera blindata, arricchita da un'elegante cancellata interna -recentemente installata- che la separava ulteriormente dal resto del locale: insomma, fu accolto piacevolmente nel cuore dell'armeria, come se vi fosse passato abitualmente. Questo consisteva in una stanzetta appartata, col rivestimento di legno alle pareti e il bancone di cuoio grasso: un odore inconfondibile ed inebriante di “Ballistol” pervadeva la nicchia senza finestre. Lo accolse il proprietario, un signore sulla settantina, sorridente e cordiale, i capelli brizzolati all’indietro che era seduto su un alto sgabello dietro al bancone ingombro di fucili montati, col cartellino legato al ponticello del grilletto. Dopo i convenevoli di rito, Lino notò subito un fucile disposto casualmente tra gli altri, ma che spiccava per il colore dei legni, la finitura bluastra della brunitura e le incisioni che -a ben osservarle- nascondevano figure mitologiche “affogate” dentro un ornato floreale, apparentemente di nessun pregio particolare. Si trattava di uno “SMERDIACOFF” bulgaro di pregevole fattura e con canne da tiro. Ottenuto il permesso di imbracciare l'attrezzo, lo portò alla spalla e gli parve di abbracciare un vecchio amico! Fu un attimo e mentre pensava: “Che strano, chissà che cosa ha di speciale questo fucile...”, tentava di nascondere a se stesso la verità di cui -in cuor suo- era già perfettamente consapevole! Aveva provato di nuovo una sensazione dimenticata da tempo e della quale non avrebbe mai immaginato di cadere nuovamente preda. Ancora una volta e quando ormai si credeva al sicuro, si era innamorato di un fucile! Ne chiese il prezzo all'armiere e restò perplesso: ma questi lo imbonì assicurandogli che si trattava di un pezzo assai raro nel suo genere e, comunque, era certamente l'unico ad essere stato importato dalle nostre parti.
Allora -nel tentativo di salvarsi- ringraziò, salutò e tornò rapidamente a casa, cercando di non pensare più all'oggetto che aveva incontrato, ma fu tutto inutile. Nei giorni che seguirono (e talvolta anche di notte), lui ripensava ai minimi dettagli del fucile, che ricordava perfettamente a memoria come se stesse guardando una fotografia e sempre più si convinceva che, nonostante il prezzo ed il momento poco favorevole, lo “SMERDIACOFF” fuori-serie doveva essere suo.
La moglie, preoccupata, una sera lo affrontò dicendogli di come fosse cambiato, era diventato taciturno e voleva sapere perché stava in casa meno del solito, oltre a rincasare sempre più tardi la sera... Poi di notte nel sonno si lamentava e parlava... Ovviamente, lei sospettava l'esistenza di un'altra donna e ne era assai preoccupata, ma Lino la rassicurò raccontandole del fucile che lo aveva per così dire “stregato”. Lei finse di crederci e tirò un sospiro di sollievo, autorizzando con ciò implicitamente Lino all'acquisto. Questo si concretizzò ben presto, sia per la disponibilità dell'armiere a disfarsi di un oggetto che -pur valendo- non era certo facile da “piazzare” in questo particolare momento di crisi del settore, sia per la gradita opportunità concessa a Lino di poterlo in buona parte saldare mediante la permuta di un paio di “gioiellini”, che pure tante soddisfazioni gli avevano dato sulle pedane del Regno e sui quali aveva giurato che non se ne sarebbe mai separato! Ma si sa che le cose vanno così: viene un tempo e caccia l'altro e lo stesso vale anche per gli oggetti che amiamo, oltre che per le persone...
Fatto suo lo “SMERDIACOFF”, contrariamente a quanto di solito si verifica per i desideri esauditi, la gioia di utilizzarlo fu per Lino piena e quasi sconvolgente. Oltre a spararci in pedana con eccellenti risultati, egli ne aveva una cura particolare e quasi maniacale. Dopo l'utilizzo lo accudiva come un bambino, lo puliva e lo lucidava con morbidi panni di lana sempre rinnovati; in casa, anche nei giorni lavorativi, la sera lo montava e -depostolo aperto sul tavolo ricoperto da una tovaglia gommata- trascorreva fin troppo tempo ad osservarne le pregevoli incisioni sulla bascula e sullo sgancio dell'asta, la chiave traforata, i ghirigori sulla guardia del grilletto, il colore e le venature del legno, il rosso-vivo della gomma del calciolo... Insomma, ben presto la moglie fu più preoccupata di prima, mentre Lino era felice come un bambino a cui avessero regalato la bicicletta nuova senza le rotelle laterali, con la quale miracolosamente riusciva a pedalare senza cadere!
La sera, rincasando ed aperta la valigetta, aveva l'impressione che il fucile lo salutasse con uno speciale sorriso. Al mattino quando richiudeva la valigetta prima di recarsi allo studio, dava un ultimo sguardo al fucile e sembrava che anche lui ricambiasse con una vena di tristezza, in quanto non lo avrebbe rivisto prima di sera. I risultati sui Campi permanevano costantemente a livelli mai visti in precedenza, neanche con vent'anni di meno!
Eppure, in cuor suo, Lino era rattristato da un inquietante presentimento che non riusciva a decifrare. Dopo circa un anno di idillio col fucile, cominciò a notare che questo non gli badava più. Non gli faceva più festa la sera al rientro dal lavoro e la mattina ricambiava il suo saluto distrattamente, senza quel calore affettuoso dei primi tempi... Sui Campi poi, l'attrezzo non gli faceva più rompere agevolmente i piattelli con quelle belle fumate di prima canna, come era stato all'inizio: sempre più spesso gli regalava impensabili padelle e “strappi” violenti nella partenza alla chiamata... Si muoveva inopinatamente scavalcando il piattello in volo e si arrestava al momento in cui lui premeva il grilletto, indirizzando i due colpi irrimediabilmente dietro: sembrava lo facesse apposta per fargli dispetto! Eppure, Lino nulla gli faceva mancare in cure ed attenzioni, col medesimo affetto di sempre... Ben presto, facendo manutenzione la sera della domenica, notò che sulle parti metalliche del fucile comparivano vistose impronte lasciate da mani ignote, che egli si affrettava a cancellare con energici strofinamenti del panno pulito. Allora, tenendolo maggiormente d'occhio, soprattutto quando lo lasciava momentaneamente incustodito sulle rastrelliere degli impianti, si avvide che lui sembrava godere allorché estranei lo prendevano in mano e lo palpavano con voluttà, sfiorandone sapientemente i caldi legni e le stupende incisioni con i polpastrelli... Il volubile “bulgaro” si faceva agevolmente imbracciare da chiunque, dispensando visibile soddisfazione al primo T.G.M. (“Tiratore Generico Medio”) che passava e vi poteva appoggiare la guancia senza incontrare resistenza alcuna... Quando lui usciva improvvisamente dal bar della “club-house”, trovava sempre qualcuno che lo stava furtivamente riposizionando in rastrelliera per poi allontanarsi rapido con aria indifferente ed anche il fucile faceva finta di niente! Mentre, su un determinato impianto dove si recavano spesso, c'era l'immancabile grossista di pesce congelato che viaggia col “Ferrari 360 Modena”, il quale si fissava per interi minuti a guardarlo con bramosia e ogni tanto lo accarezzava sul legno del calcio...
Quando si rese conto di ciò che accadeva sui Campi non appena lui si distraeva, gli andò il sangue alla testa: mai prima di allora Lino si era sentito così ingiustamente trattato e “tradito” da un oggetto che amava! Questa storia non poteva andare avanti così... Anche perché con questo stato d'animo i suoi risultati in pedana subivano un progressivo e costante peggioramento, manco ce ne fosse stato bisogno!
La gelosia -si sa- è un lungo supplizio: specialmente di notte si accavallavano i sospetti più mostruosi. Di chi erano quelle impronte -sempre diverse- sulle canne? Che voleva il facoltoso pescivendolo sempre fermo nei pressi della rastrelliera quando loro due erano al Campo? Come mai non riusciva a fare più di 15 a serie, pur regolandosi in pedana come aveva sempre fatto? E, infine, quale conforto poteva mai provare Lino per una pena che -a pensarci bene- era di per sé pura follia? Basta: avrebbe sistemato lui la faccenda una volta e per sempre!
Non poteva consentire che altri godessero del “suo” fucile e riportarlo indietro all'armiere che lo avrebbe ceduto alle voglie di qualche altro praticante, neanche a parlarne!
Una mattina d’estate, al culmine di una notte insonne trascorsa pensando agli ormai sfacciati e ripetuti tradimenti del fucile, Lino raggiunse da solo con la sua barca il mare aperto, decine di miglia al largo della costa e proseguì fin dove le carte nautiche segnavano un fondale di parecchie centinaia di metri, fuori dalle rotte dei pescherecci. Qui giunto, spense i motori, prese lo “SMERDIACOFF” e lo zavorrò con qualche chilo di pesi in piombo legati con una sagola: con freddezza lo scaraventò in acqua. Affondò come un sasso, scomparendo subito e per sempre alla sua vista. Nonostante il dispiacere che iniziò subito a provare, lui invertì la rotta e ritornò al porto con un senso di sollievo. Libero, finalmente!
Adesso l'avv. Lino Cozzamara ha ripreso stentatamente a sparare con i suoi vecchi fucili, se la cava a mala pena, non va più a premio e non ha più vinto neanche un prosciutto da quando ha affogato l’oggetto che lo aveva stregato. Ma sui Campi del Regno, nessuno sembra meravigliarsi del suo definitivo crollo tecnico che i “colleghi di pedana” attribuiscono sia all'età, sia allo stress legato alla libera professione, ma anche ad imprecisati “dissapori in famiglia”... Quando si radunano in gruppetti, gli “amici” lo deridono ferocemente -in sua assenza- davanti al bancone del bar, allorché qualcuno gli assesta il colpo di grazia chiedendo sarcasticamente: “MA COME SI FA A INNAMORARSI DI UN FUCILE?”

Grillo Saggio
Il "grillosaggio" spara RC