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A CACCIA D’ INVERNO
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Nel mirino del grillo
(liberamente ispirato a E. Hemingway)


12/12/2005 - ore 19:49

Era inverno ed eravamo in alta collina con tutta la famiglia, presso un agriturismo di quelli dove è possibile anche andare a caccia.
Faceva molto freddo ma era in quel periodo che le brigate di starne e pernici rosse si potevano insidiare anche non lontano da lì, secondo quanto ci avevano detto il proprietario e l’accompagnatore al nostro arrivo.
Bene, cena leggera ed a letto presto: domattina si và e ci saremmo dovuti alzare presto; anche il ragazzo sarebbe venuto con noi.
Eravamo ancora a letto quando egli entrò nella stanza per chiudere le finestre e io vidi che aveva una brutta faccia o, almeno, certamente non quella di quando stiamo per andare a caccia insieme.
Era pallido, sembrava scosso come da brividi e camminava adagio, quasi che solo il muoversi già gli facesse male.
“Che cos’hai, chicco?”
“Mal di testa.”
“Faresti bene a rimanere a letto, allora…”
“Macchè, sto bene.”
“Vai a letto. Io mi preparo e vengo a trovarti.”
Ma quando scesi giù nel tinello era già vestito e se ne stava seduto su una bassa sediola di legno e paglia accanto al camino, con l’aria di un ragazzino di undici anni, malato e infelice.
Mettendogli una mano sulla fronte, mi accorsi che aveva la febbre.
“Vai su in camera tua e mettiti a letto” dissi. “Non stai bene.”
“Sto benissimo” disse.
Chiamato il dottore, questi venne presto (abitava non lontano, mi dissero poi; e con i ragazzi in quella stagione era molto attento, per alcuni casi di bronco-polmonite che non era riuscito ad evitare in passato) e gli misurò la temperatura.
“Quant’è?” io chiesi.
“Quarantuno e mezzo.”
Sceso giù dopo l’accurata visita, il dottore lasciò dei campioni di medicinali per far scendere la febbre e delle vitamine ed anche un antistaminico per quel tipo particolare di influenza che stava girando da quelle parti.
Aveva l’aria di sapere tutto sull’influenza e sulle sue temute complicanze e si dilungò in spiegazioni particolareggiate ad alta voce.
Infine, confidò -quasi sulla porta di casa- che l’inverno precedente, purtroppo, un ragazzo del paese era poi morto per una polmonite doppia fulminante, così in pochi giorni, senza che vi si potesse far nulla. E quindi era bene starci accorti con i ragazzi, disse.
Si congedò ed uscì nel gelo del mattino non prima di aver lasciato i suoi recapiti (anche quello del cellulare “Non si sa mai….!” aveva detto forte) mentre era già sui gradini esterni.
Tornato nella stanza presi nota della temperatura del ragazzo e misi in ordine sul comodino le diverse pillole che doveva prendere ad orario; accanto una bottiglia d’acqua per mandarle giù e un bicchiere.
“Vuoi che ti legga qualcosa?”
“Si, se vuoi” disse il ragazzo.
Aveva la faccia bianchissima e due occhiaie marcate. Stava disteso immobile nel letto e sembrava molto distante da tutto ciò che stava accadendo.
Io sedetti accanto a lui e cominciai a leggere a voce alta “Il Vecchio e il Mare” di Hemingway; ma mi accorsi che lui non mi seguiva affatto, nonostante il libro fin lì gli fosse piaciuto moltissimo.
“Come ti senti, chicco?” chiesi.
“Lo stesso, finora.” egli disse.
Mi spostai su una poltrona ai piedi del letto e continuai a leggere per conto mio, aspettando l’orario per somministragli la prossima medicina.
Sarebbe stato naturale che si fosse addormentato; invece quando alzai gli occhi, egli guardava fisso in fondo al letto con un’espressione strana.
“Perché non cerchi di dormire un po’? Quando sarà l’ora della medicina, ti sveglierò io.”
“Preferisco stare sveglio.”
Dopo un po’ mi disse: “Non sei mica obbligato a stare qui, papà, se ti dà fastidio.”
“Non mi dà nessun fastidio…”
Pensai che avesse un po’ di delirio a causa della febbre che permaneva alta.
Alle undici, dopo avergli dato le medicine prescritte, presi il fucile, le cartucce, indossai la giacca pesante ed uscii fuori.
Era una giornata fredda e luminosa, nel cielo neanche uno sbaffo di nubi, il terreno ancora coperto di brina gelata ed anche gli alberi nudi, i cespugli e gli sterpi sembravano verniciati di ghiaccio.
Sciolsi il giovane setter tricolore e mi incamminai da solo, avendo messo in libertà di primo mattino il guardiacaccia, non senza prima farmi indicare dove poter andare eventualmente a cercare di scovare qualche starna.
Stavamo soprattutto facendo una passeggiata lungo un ruscelletto a tratti gelato, ma era difficile camminare -nonostante gli scarponi con la suola alta di gomma dentata- su quella superficie lucente sulla quale anche il cane al trotto scivolava e annaspava.
Io stesso, nel proseguire feci un paio di scivoloni, lasciandomi una volta sfuggire il robusto automatico che tracciò segni sul ghiaccio.
Infine, benché provati da quell’incedere difficoltoso, snidammo una piccola brigata di starne (cinque o sei capi) al riparo sotto un’alta costa argillosa, protetta da ciuffi di sterpaglie pendenti e riuscii a centrarne due mentre stavano per scomparire alla vista, al di là dell’argine.
Fulminate con sbuffi di piume dalle “JK6” da 35 grammi di piombo n.7, le uniche che a quelle temperature non mi hanno mai tradito e non conoscono distanza.
Trovammo anche una brigata di “rosse” di una dozzina di capi, ma frullarono tutte insieme con fragore assordante mentre ero in posizione instabile e non potei nemmeno provare a tirargli; il branchetto si sparpagliò in due voli. Uno proseguì verso il fondo della vallata e si andò a buttare a chilometri di distanza, mentre l’altro si rimise in una sterpaglia poco distante.
Per ribatterle era però necessario accavallare ammassi di rovi e cumuli di sterpi ghiacciati, con uno sforzo notevole, che solo la gran passione poteva giustificare. Per di più, i selvatici frullavano sempre mentre si era in posizione instabile sulla sterpaglia gelata e non erano certo un bersaglio facile. Io ne presi due, ne sbagliai una e ad altre tre non potei neanche tirare; al che -senza aver mai più pensato al ragazzo a letto in tutto quel tempo- tornai all’agriturismo soddisfatto, soprattutto per aver trovato due branchi a così poca distanza da casa e contento che ce ne fossero rimaste ancora da poter stanare nuovamente un altro giorno, magari quando anche il figliolo fosse guarito.
A casa mi dissero che il ragazzo non aveva fatto entrare nessuno in camera sua.
“Non potete entrare” aveva detto. “Non dovete prendervi anche voi quello che ho io.”
Salii da lui e lo trovai nella stessa posizione in cui l’avevo lasciato: pallido in viso, ma con le guance rosse a tratti per la febbre e lo sguardo ancora fisso ai piedi del letto.
Gli misurai la temperatura.
“Quant’è?”
“Circa quarantuno…”
”Ah, non è ancora aumentata…“ fece lui.
“La tua temperatura va benissimo, anzi sta scendendo” dissi io. “Non c’è da preoccuparsi.”
“Io non mi preoccupo” disse lui. “Solo non riesco a non pensarci.”
“Non devi pensarci” dissi. “Prenditela con calma.”
“Me la prendo con calma sicuro…” egli disse e guardava sempre fisso davanti a sé, come cercasse per qualche ragione di dominarsi.
Mi sedetti e, aperto “Il Vecchio e il Mare”, cominciai a leggere forte, ma mi accorsi ben presto che lui non era attento e mi fermai.
“Fra quanto tempo pensi che morirò?” egli chiese allora.
“Che?”
“Quanto tempo passerà ancora prima che io muoia?”
“Mica stai per morire. Che ti salta in mente?”
“Oh, lo so benissimo. Ho sentito il dottore stamattina dire che i ragazzi qui ci sono morti con questa malattia…”
“Ma non si muore solo per la febbre, chicco! Che sciocchezze sono queste…?”
“Si muore sì. Magari voi grandi no, ma noi ragazzi sì! Almeno da queste parti…”
Povero chicco, era tutto il giorno che aspettava di morire, dalle nove del mattino.
Sviluppando alcuni semplici ragionamenti e facendo leva soprattutto sulla fiducia che il ragazzo aveva per suo padre, riuscii infine a tranquillizzarlo circa la sua temuta fine imminente.
Lo sforzo fatto per dominarsi durante tutto il giorno cedette di colpo in un pianto liberatorio ed anche l’indomani -ancora a letto, con la febbre- egli piangeva facilmente per piccole cose senza importanza.
Quello che contava, mi disse poi, era poter andare ancora a caccia insieme.

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