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Nel mirino del grillo
(una stagione di passione assoluta lunga una vita)


29/05/2006 - ore 22:00

Seduto su un grosso tronco abbattuto, al limitare della macchia impenetrabile, c’era un vecchio con occhiali impolverati dalla montatura metallica e abiti stinti, seppure pesanti; in testa, una berretta di lana scura. Nondimeno, si vedeva chiaramente che pativa per il gelo inclemente in quel mattino di dicembre.
Il vecchio era armato di una doppietta cal.12 a cani esterni che, al pari del proprietario, aveva certamente conosciuto tempi migliori.
Gli altri cacciatori erano già stati tutti disposti alle rispettive poste dal capo-caccia. Soltanto io ero in ritardo e stavo raggiungendo a piedi la testa della brigata, prima che iniziasse la battuta vera e propria. Non riuscivo però a proseguire, impensierito dal terreno gelato di brina e dall’intrico della vegetazione che mi si parava davanti, di cui ignoravo ogni sentiero. Mi avvicinai allora al vecchio.
Dopo esserci scambiati il saluto: “Da dove venite?” gli chiesi.
“Sono di ………” e nominò sorridendo un paesino a pochi chilometri da dove eravamo; era il suo paese: evidentemente gli faceva piacere nominarlo.
“Mi hanno lasciato qui stamattina con la “gìppe” (intendendo un fuoristrada) e poi sono spariti tutti.”
“Oh...” feci io. “Ma fate parte anche voi della brigata?”
“Certo, signore” rispose con orgoglio. “Ho quasi cinquanta licenze sul groppone e da quando fu costituita la squadra io ci sono sempre stato. Gliene ho fatti ammazzare di cinghiali, a tutti, con i miei cani…”.
“Ma non sentite freddo?”. Il vecchio mi guardò e non rispose: la saggezza evidentemente insegna a non rispondere a domande stupide o inutili.
“Mi hanno raccomandato di stare qui e non posso muovermi. Devo aspettare… Se vengono da questa parte, i cinghiali devono attraversare per forza là” e fece un vago segno con la mano destra arrossata, a indicare una radura davanti a noi a non più di un tiro utile.
Nel frattempo si era rannuvolato e io speravo che almeno non cominciasse a nevicare; di colpo mi resi conto di non avere più nessuna voglia, quella mattina, di attraversare la macchia fitta per andare dall’altra parte della collina a cercare di recuperare il mio ritardo ormai incolmabile. Mi accorsi anche di avere lasciato il cellulare in macchina, a chilometri di distanza.
“Avete un telefonino, per caso? Oppure una ricetrasmittente?”
“No, mi dispiace… Non li so neanche adoperare quegli affari lì” quasi si scusò.
“Avete famiglia?” chiesi all’improvviso. “Figli cacciatori?”
“No” fece lui dopo un po’. “Soltanto tre cani fenomenali, avevo…”
“Avevate?”
“Si, perché la scorsa battuta, alla fine del mese, un grosso verro ferito e accerchiato, me ne ha sventrato uno per quanto era lungo e messo fuori uso un altro troncandogli una zampa.”
Non sapevo cosa dire e così non dissi nulla.
Lui proseguì: “Così ora mi resta solo una brava cagna, ma comincia anche lei a non essere più tanto giovane. Ho paura che prima o poi qualche altra bestiaccia mi sistemi pure lei…”
“Ma perché vi hanno lasciato qui fuori dalla macchia? Questo non mi sembra un posto buono per fermarsi, così allo scoperto e con questo freddo. Se ce la fate ad arrivare fino al bivio per ………, lì ho lasciato la macchina e vi posso accompagnare dal capo-caccia o dove altro volete…”
“No, grazie. Ho fatto già parecchia strada prima di arrivare qui e credo di non poter andare più avanti. Ma grazie molte” disse lui. “Di nuovo molte grazie.”
Mi guardava con aria stanca, indifferente. Poi, dovendo dividere la sua pena con qualcuno, disse:
“La mia Laila se la caverà certamente in battuta, sono sicuro. Non c’è ragione di stare in pensiero per lei. Ma gli altri due cani… Avesse visto com’erano bravi. Fulmine, quello che è rimasto con tre zampe, poi! Non c’era cinghiale così veloce che lui non potesse raggiungere e affrontare, mi dicevano i battitori…” aveva le lacrime agli occhi, ma parlava lentamente e con estrema dignità, scosso a tratti da un brivido, forse di freddo. “Troppo bravi erano i miei due cani.”
“E’ probabile che Fulmine se la cavi benissimo anche con tre zampe” provai a dire io.
“Credete?”
“Perché no?” feci, ma distolsi lo sguardo per non sentirmi troppo ridicolo.
“Certo, può campare ancora, come ha detto il dottore… Ma, a caccia? Non potrò mai più portarlo con me al cinghiale… E quello che mi hanno ammazzato? E’ meglio che non pensi a lui” disse.
“Se vi siete riposato, io al vostro posto mi avvierei” gli feci fretta, anche per cambiare discorso “Vi accompagno io.”
“Grazie” disse e si alzò dal tronco dove era appostato. Provò a fare qualche passo, ma il gelo del mattino doveva averlo ulteriormente intorpidito. Si rimise a sedere sul legno e mi disse: “Non si preoccupi per me. Vada pure dove vuole andare. Io devo restare qui fino alla fine della cacciata. Mi verranno a prendere e mi riporteranno Laila, speriamo… “. Poi, con voce monotona: “Tanto non nevicherà per oggi; e lei se la caverà benissimo” ma non stava più parlando con me.
Non c’era niente da fare con quel vecchio. Era la festa dell’Immacolata e la battuta nel folto era ormai cominciata; i cani abbaiavano furiosamente e guaivano con insistenza, lontani.
Ci era toccata una giornata grigia con un soffitto di nuvole basse che però, secondo il vecchio, non avrebbero portato neve.
In questo e nel fatto che la cagna superstite se la sapeva cavare bene in battuta consisteva tutta la fortuna che l’anziano cacciatore potesse aspettarsi di avere.

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