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IL CASTIGATORE
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Nel mirino del grillo
(il seguito de “IL GIUDICE D’AGOSTO”)


27/08/2006 - ore 17:10

L’avv. Lino Cozzamara aveva dovuto assistere –così come disposto dalla crudele sentenza del Giudice Unico e Inappellabile- alla distruzione dei suoi amati fucili da tiro (parti del suo cuore), brutalmente gettati in un altoforno attraverso lo sportellino metallico di ferro, da un energumeno scarmigliato e sudato che non si curò minimamente di lui che era lì e si sentiva morire. Tutto questo era avvenuto in una soleggiata mattina di fine settembre e alla presenza dei Guardiani Federali, a suo tempo incaricati di recargli la condanna a domicilio.
Da quel momento la vita per lui non era stata più la stessa ed anche la sua salute, oltre all'umore, aveva finito per risentirne. Il lavoro non gli mancava e gli introiti che puntualmente ne derivavano erano più che sufficienti per vivere agiatamente: tuttavia, il divieto “assoluto e definitivo” di fare uso di armi da fuoco “per qualsivoglia ragione” lo rendeva triste ed apatico oltre misura.
Egli, a seguito dei fatti che lo avevano suo malgrado visto protagonista, in un impeto di disperazione aveva scritto di suo pugno una lunga lettera al “Sommo Federale”, nella quale descriveva i fatti così come si erano brutalmente svolti pochi mesi prima in casa sua, quando in pieno agosto due emissari federali si erano presentati a dargli integrale comunicazione della pesantissima sentenza e gli avevano portato via i suoi amati fucili. Inoltre, nel prosieguo dello scritto aveva anche cercato di fornire al Sommo ogni plausibile giustificazione per il suo pregresso comportamento e per le sue polemiche esternazioni di un tempo, nei confronti del “Palazzo”, dalle quali egli ora fermamente si dissociava, proclamandosi pentito e chiedendone umilmente perdono all’Egemone stesso.
Tuttavia Lino, fra tante ammissioni di responsabilità, non aveva potuto fare a meno di stigmatizzare il modo protervo e sgarbato col quale gli Operatori di Giustizia mandati a casa sua avevano agito, procurandogli un ingiusto danno morale e di immagine, con il loro comportamento arrogante ed offensivo.
Certo, di fronte a quanto era poi accaduto, questo fatto del contegno dei guardiani era ben poca cosa: tuttavia egli ora –pesantemente sanzionato dalla “Giustizia Sportiva”, fiaccato nel fisico e nel morale- ne faceva una questione di principio ed aveva raccontato nei dettagli al Sommo come erano andate le cose, forse calcando anche un po’ la mano nei confronti dei due, che gli erano rimasti veramente indigesti e per i quali aveva ipotizzato un interesse privato in atti d’ufficio, essendogli parso che gli stessi fossero in qualche modo inclini a farsi corrompere, cosa che comunque non era avvenuta.
Alla luce di questo e di quanto era poi accaduto, approssimandosi l’inverno e con esso la fine dell’anno, Lino Cozzamara attendeva sempre un segnale, se non una risposta, dal “Palazzo” che invece sembrava continuare ad ignorarlo bellamente, così come aveva sempre fatto quando scriveva le sue critiche sarcastiche su quel sito indipendente per Tiratori, che era poi stato anche lui definitivamente oscurato.
Una sera di giovedì, quando era già buio da un pezzo, Lino si trovava ancora nello studio legale suo e dei suoi Associati, per finire di preparare una delle sue famose arringhe, che avrebbe portato in dibattimento il lunedì mattina successivo. Oltre a lui, sentiva nella stanza in fondo al lungo corridoio le voci di due Praticanti intenti anch’essi a una qualche causa e palesemente impegnati nel lavoro. Più per noia che per altro, volle raggiungerli e si diresse attraverso il corridoio verso la luce. Nel passare davanti a una porta che aveva sempre creduto essere quella di un ripostiglio, egli senti dei lamenti provenire dall’interno: si fermò stupefatto e, dopo una breve pausa, i lamenti si produssero ancora. Sorpreso ed incuriosito spalancò la porta: si trattava effettivamente di un ripostiglio, ingombro come sempre accade di tutte quelle cose inservibili che mai venivano smaltite.
Nel bugigattolo, oltre a stampati e masserizie varie, vi erano tuttavia tre uomini, curvi per tanto che il locale era angusto. Li illuminava una debole luce d’emergenza al neon, proveniente da una plafoniera sulla parete di sinistra.
“Che fate qui?” domandò Lino alquanto agitato, ma senza alzare la voce. Uno di questi che troneggiava sui due, vestito con una grembialone di cuoio nero come usavano una volta i macellai, le braccia e le spalle nude, lo guardò con protervia senza dire nulla.
Mentre gli altri due esclamarono: “Avvocato, aspettiamo di essere bastonati perché tu ti sei lagnato di noi col Sommo Federale!”
Soltanto allora Lino notò che erano veramente gli emissari federali Cannalonga e Chiapperotti: quelli che si erano recati da lui in agosto per comunicargli l’atroce sentenza, mentre il terzo stringeva in mano una verga per bastonarli.
“Ecco” disse Cozzamara fissandoli, “in verità non mi sono lagnato; ho riferito solo ciò che avvenne in casa mia. E certo non vi siete comportati in modo ineccepibile.”
“Signore” disse Cannalonga mentre l’altro cercava di mettersi dietro di lui al sicuro dal terzo, “se sapeste come siamo pagati male ci giudichereste meglio. Io ho una famiglia da mantenere e il Chiapperotti vuole appunto sposarsi; si cerca di arricchirsi alla meglio, il solo lavoro non basta neanche col massimo sforzo; e noi non fabbrichiamo piattelli, non stampiamo nulla e né vendiamo macchinari o cartucce… Come potremmo fare?”
“Non sapevo ciò che mi dite e non ho affatto chiesto che siate puniti. Quando ho scritto al Sommo, per me si trattava di un principio.”
“Vedi, socio” disse l’emissario grasso all’altro più giovane, “non ti dicevo forse che l’avvocato qui non ha preteso la nostra punizione? Ora hai sentito che non sapeva nemmeno che dobbiamo essere puniti.”
“Non lasciarti commuovere da questi discorsi” disse infine il terzo –che aveva nome Scannapiecoro- rivolgendosi a Cozzamara, “il castigo è giusto e inevitabile.”
“Non dargli retta” ribattè il Cannalonga interrompendosi soltanto per portarsi rapidamente alle labbra la mano colpita da una vergata, “veniamo colpiti soltanto perché tu ci hai denunciati. Altrimenti non ci sarebbe toccato nulla, neanche nel caso che si fosse saputo il fatto. Può essere giustizia questa?”
“Zitto!” fece il castigatore, con un sussurro terribile. “Lavorate per il 'Palazzo' e osate parlare di Giustizia?”
“E allora?” disse Lino osservando il castigatore, corpulento e abbronzato come un marinaio. “Non c’è modo di risparmiare le bastonate a questi due?” gli domandò.
“No” rispose il castigatore scrollando la testa e sorridendo. “Spogliatevi!” ordinò agli emissari federali, e a Lino disse: “Non devi credere a tutto quello che dicono, la paura delle bastonate ha già sconvolto il loro cervello.”
“Ti compenserei bene se tu li lasciassi liberi” disse Lino e senza guardare Scannapiecoro, estrasse il portafoglio.
“Probabilmente vorresti poi denunciare anche me al Sommo Federale” insinuò il castigatore “e farmi poi infliggere un’orrenda punizione. No, no…” disse.
“Sii ragionevole” fece Lino. “Se avessi voluto che questi due venissero puniti, ora non vorrei certo riscattarli. Potrei semplicemente uscire da questa porta, rinunciare a vedere e sentire altro e andarmene a casa. Io invece non lo faccio, anzi ci tengo seriamente a liberarli; se avessi immaginato che dovevano o anche soltanto potevano essere castigati, non avrei mai fatto i loro nomi nella mia lettera al Sommo. Non li considero per nulla colpevoli, colpevole è l’Organizzazione, colpevoli sono gli Alti Funzionari, la Struttura territoriale…”
“Sicuro!” esclamarono gli emissari federali e ricevettero subito un colpo sulla schiena già scoperta.
“Se sotto la tua verga tu avessi chi dico io” affermò con convinzione Lino, “certo non t’impedirei di agire; anzi al contrario, ti darei ancora denaro affinché tu potessi rinforzarti per la buona causa.”
“Le tue parole sembrano credibili” osservò il castigatore, “ma io non mi lascio corrompere. Sono stato incaricato dal “Palazzo” di bastonare, dunque bastono” e stringendo la verga con le due mani battè il Chiapperotti, mentre l’altro stava accovacciato in un angolo del ripostiglio. In quella si levò il grido lanciato dal percosso, acuto e pieno; tutto il corridoio ne rintronò, in tutto lo stabile lo si dovette udire.
“Non gridare!” esclamò Cozzamara e, mentre guardava attento nella direzione dalla quale potevano venire i Praticanti, diede una spinta al punito tanto da farlo cadere ai piedi dello Scannapiecoro, che ora con regolarità alzava ed abbassava la verga sui due emissari, penosamente stesi a terra.
Ecco apparire in lontananza un Praticante e qualche passo dietro a lui, l’altro. Lino aveva chiuso rapidamente la porta del ripostiglio e avvicinatosi ad una delle finestre del cortile, l’aveva aperta. Le grida erano cessate. Per non lasciare che i Praticanti si avvicinassero li avvertì: “Sono io!”
“Buona sera, avvocato” si sentì rispondere. “E’ successo qualcosa?”
“No, no” rispose Lino “è soltanto un cane che abbaia nel cortile.” E siccome i Praticanti non si muovevano, aggiunse: “Potete ritornare al vostro lavoro.”
Per non essere costretto a parlare con loro, si sporse dalla finestra. Poco dopo, quando si volse a guardare il corridoio, erano scomparsi. Lui invece rimase alla finestra: non osava ritornare nel ripostiglio, né aveva voglia di andare a casa. Soffriva per non essere riuscito ad impedire la punizione –invero spropositata- dei due emissari federali che erano venuti a recargli la condanna in agosto a casa. Ma non era tutta colpa sua: se infatti il più giovane dei due non avesse gridato, Lino almeno con molta probabilità avrebbe ancora trovato la maniera di convincere il castigatore. Se tutti gli emissari federali erano per come lui li aveva conosciuti, perché avrebbe dovuto fare eccezione proprio il castigatore cui era affidato il compito più disumano? E lui non avrebbe fatto economia, mirava davvero a liberare gli emissari; se aveva cominciato a combattere la corruzione del “Palazzo”, era ovvio che intervenisse anche da questa parte. Ma nel momento in cui Chiapperotti si era messo a gridare, tutto era stato vanificato: se all’ultimo gli aveva dato una spinta era stato certo deplorevole e soltanto l’agitazione del momento lo poteva scusare.
Ora udì lontano il passo dei Praticanti e, per non attirare la loro attenzione, chiuse la finestra e si avviò verso la scala principale dell’edificio. Giunto alla porta del bugigattolo, si fermò un istante e stette in ascolto. Tutto era silenzio. Quello poteva avere già ammazzato gli emissari a furia di bastonate: essi erano nelle sue mani! Lino aveva già fatto il gesto di afferrare la maniglia, ma ritirò subito la mano. Recare aiuto non poteva più e i Praticanti stavano per raggiungerlo; si ripromise però di non passare la cosa sotto silenzio e di intraprendere ogni utile iniziativa in suo potere per far punire -anche per questo- gli Alti Funzionari dei quali nessuno si era ancora arrischiato a mettersi in contatto con lui, dopo la condanna e la lettera al Sommo.
Se ne andò finalmente a casa avendone viste abbastanza per una sera sola.
Anche il giorno seguente, Cozzamara continuò a pensare agli emissari federali; lavorava distratto e per poter terminare la sua arringa dovette rimanere in studio ancora più a lungo che il giorno prima.
Quando -deciso a ritornare a casa- ripassò dal ripostiglio lo aprì, come per consuetudine.
Di fronte a ciò che vide invece del buio che si aspettava rimase sbalordito.
Tutto era al punto di prima, come la sera precedente quando aveva aperto la porta: i vecchi stampati e le masserizie dietro la soglia, il castigatore con la verga, gli emissari del tutto spogliati, la luce d’emergenza accesa sulla parete di lato. Gli emissari cominciarono subito a lamentarsi e a invocare: “Avvocato Cozzamara! Signore…”. Lino chiuse subito la porta e vi battè sopra coi pugni, come a chiuderla meglio. Quasi con le lacrime agli occhi corse dai Praticanti che lavoravano nella loro stanza al computer e si interruppero meravigliati.
“Fate sgombrare una buona volta il ripostiglio!” gridò. “Si affoga nella spazzatura!”
I due Praticanti si dissero disposti a riferirlo alla donna delle pulizie l’indomani mattina, non appena questa fosse arrivata. Allora Lino si sedette un po’ per tenere qualche istante i Praticanti vicino a sé, rigirò alcuni fogli appena usciti dalla stampante per far credere loro che si interessava al lavoro. Ma quando capì che i due non avevano ancora terminato ciò che stavano facendo e quindi non lo avrebbero accompagnato fuori dall’edificio ormai deserto in quel tetro venerdì sera d’inverno, se ne ritornò a casa sua sconvolto per tutta quella situazione e non avendo ancora capito se, pure questa volta, stesse sognando.

grillosaggio@iltiro.com
(liberamente ispirato a F. Kafka)

(il seguito ne: "IL DIFFERIMENTO")
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