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MA CHI CE LO FA FARE?
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Nel mirino del grillo
(riflessioni d’inverno)


09/11/2006 - ore 21:37

La domenica mattina d’inverno, quando la sveglia suona prima del solito e ci alziamo per andare in cucina a preparare il caffè ci capita di ricordare, quasi senza volerlo, che abbiamo sparato il nostro primo colpo col fucile del povero papà che avevamo ancora i calzoni corti.
Mentre badiamo a non far rumore nel bagno (in casa infatti le persone “normali” a quest’ora dormono ancora tutte), rivediamo la scena di quell’estate con in mano il Franchi “Alcione” e davanti a noi, nel folto della spinaia, le orecchie del coniglio nero fuggito dallo stalletto che spuntavano fra i rovi.
Una cartuccetta da fringuelli col piombo del n.10 mise fine alla breve fuga inopinata del coniglio, assicurando l’arrosto del giorno a tutta la famiglia in vacanza nella sconfinata campagna umbra.
Da allora, mai abbiamo smesso di inseguire e catturare prede sempre più ambite e difficili, con alterne fortune ma immutata passione. Quanti anni sono trascorsi? E chi può dirlo… Dalla prima licenza di caccia certamente più di trenta, ma già sapevamo sparare da tempo.
Ecco siamo pronti per uscire ancora una volta, come sempre in questa stagione, incontro all’ignoto in una gelida notte che sta per finire con l’unica certezza che il sole sorgerà ancora.
Dove andremo stavolta? Al solito posto, probabilmente… Già, ma qual’è ora il nostro “solito posto”?
Papà ed i suoi amici di un tempo, con i quali siamo andati ad allodole agli inizi, non ci sono più. I tranquilli luoghi dell’epoca ora sono disseminati di villette e capannoni industriali; i pochi posti che si sono salvati dal progresso che avanza sono però “tabellati” per qualche nobile scopo di salvezza futura del pianeta.
Le stagioni, poi… Sempre più brevi quelle del calendario venatorio ed inesistenti le “mezze”, quelle che facevano attendere prima le allodole e, dopo qualche settimana, i tordi e le cesene.
Adesso non sai più neanche come vestirti per attendere l’alba al limitare del bosco. La mattina presto si gela e dopo le dieci si muore di caldo! Qualcuno spara già ai tordi, senza che si sia vista ancora un’allodola. I merli sono diventati stanziali nei giardini delle case, la lepre esiste solo nelle riserve a pagamento e le tortore ci camminano davanti sulla ghiaia nei parchi cittadini.
Però ci potremo sempre divertire con gli storni, che a nuvole lasciano la città all’alba per riversarsi a spogliare gli uliveti; ma in certe Regioni sono protetti anche loro, manco fossero pettirossi.
Guai poi a sparare ai fringuelli (divertentissimo tiro tutt’altro che facile, al di là delle apparenze…); c’è verso di andare in galera come un delinquente per uno spiedino di uccelletti, però se si stermina tutta la famiglia nel sonno ce la possiamo cavare tra la semi-infermità, la provocazione grave, lo stato di necessità e la buona condotta, in poco tempo.
Mentre siamo appostati in una piazzola al bordo della macchia, dove iniziano i campi arati, notiamo che il cielo uggioso comincia infine a schiarire e ci nascondiamo ancor meglio dietro un ammasso di rovi. Presa in mano una cartuccia di piombo fino, si riesce a leggerne le iscrizioni sul bossolo: è giunto il momento di caricare il nostro automatico. Come terzo colpo, sempre una robusta “tipo 4” nera da tiro, con 36 grammi di piombo del n. 7 e 1/2: non si sa mai!
Intanto osserviamo il respiro condensarsi nell’aria umida e tendiamo l’orecchio per cogliere qualche segnale nel silenzio più assoluto. Sembra essere un buon giorno per il passo, se non verrà a piovere: da qualche parte, lontano lontano, si sente già qualche schioppettata… Speriamo che tocchi presto anche a noi iniziare la festa e intanto ci accorgiamo che fa più freddo di quanto avevamo previsto, coprendoci da “mezza-stagione”: il cappello è rimasto a casa, insieme ai guanti di lana, le calze non bastano ad isolare il freddo degli stivali e la tramontana ci sferza sul viso arrossato. E’ ormai giorno fatto e non abbiamo sparato neanche un colpo… Anche intorno non si è sentito un granchè. Qualche passero ci sorvola in quota, più in alto dei gabbiani che entrano dal mare e dal cielo che si è rannuvolato comincia addirittura a piovere.
Trovato fortunosamente riparo sotto la tettoia di un fienile abbandonato nei pressi di una casa colonica diroccata, ci accendiamo infine una sigaretta e in quel mentre una volpe attraversa al trotto il campo incolto a due tiri utili davanti a noi. Gli scarichiamo appresso l’automatico e la bestia accelera sul terzo colpo, forse infastidita dai pallini della corazzata, scomparendo nel folto della macchia vicina.
Non appena smetterà di piovere, ce ne torneremo alla macchina e poi a casa: intanto pensiamo, ancora una volta, se ne sia valsa la pena. Forse era meglio restare a letto a dormire…
Ma chi ce l’ha fatto fare?

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