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GLI ELOGIATORI DEL SOMMO
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Nel mirino del grillo
(il seguito de: “LA RIEDUCAZIONE”)


27/01/2007 - ore 22:35

Il gruppo dei “riottosi” era finalmente fuori!
Dopo un periodo d’intensa rieducazione, durato alcuni mesi presso l’apposita Struttura federale in Umbria, erano stati testati, saggiati e “provati nel crogiuolo” da una severa Commissione del “Palazzo” che ne aveva infine stabilito (sia pure “con riserva”) la relativa affidabilità per la causa e la giusta dedizione alla figura dell’Egemone.
Ritornati alle loro case, tuttavia si erano impegnati a collaborare gratuitamente con l’Apparato, chi in qualità di apprendista, chi quale “Elogiatore” (gradino molto più ambito nella gerarchia interna del “Palazzo”, in quanto dava luogo ad una notevole considerazione nel folto gruppo degli scrivani).
Nell’immensa sala senza finestre del sottopalazzo federale stanno, allineati, decine, centinaia di tavoli. Su ogni tavolo un PC acceso con la relativa stampante: ad ogni postazione un uomo seduto.
A centinaia stanno scrivendo gli articoli, i resoconti, le storie, i panegirici per il loro Egemone: loro sono gli Elogiatori del Sommo.
Ogni tanto passa un incaricato a raccogliere i fogli già scritti, appena escono dalla stampante. Ma non è detto che il Sommo legga tutto quanto; anzi, alcuni di loro continuano a scrivere per l’intera vita senza che l’Egemone legga neppure una riga di quanto hanno scritto.
Anche l’avv. Lino Cozzamara è lì a scrivere ormai da moltissimo tempo. Intorno a lui, altri parimenti “rieducati” a cura del “Palazzo”. Chi si è specializzato nel raccontare con dovizia di particolari i miracoli e le guarigioni operate dall’Egemone (ormai così diffusi, che riesce difficile tenerne il conto…); chi, invece, riporta delle Sue escursioni camminando sulle acque e chi infine traccia una sorta di biografia a puntate, partendo da quando aveva ancora i “calzoni corti” e già abbatteva i piccioni in volo semplicemente puntandogli contro il dito indice.
A Lino era toccato di gettare le basi di un articolato lavoro voluto dal “Palazzo” che, una volta ultimato, sarebbe stato poi riprodotto in cinquecentomila copie su carta patinata con numerose foto policrome a sostegno del testo, da distribuire all’Assemblea Intergalattica nel corso del “summit” planetario delle “Corporazioni dei Sommi”: una cosa impegnativa che si sarebbe dovuta intitolare “La Lode Perpetua”.
Provò a cominciare:
“Nonostante taluni si ostinino ancora a negarlo, grandi e mirabili sono le opere del nostro Sommo. Basta recarsi su un qualsiasi Campo del Regno per rendersene conto. Chi, se non Lui, può avere dominato la luce e resa perfetta quella visibilità che costituisce lo sfondo di buona parte degli impianti di Tiro? Nel cielo di fiordaliso i rossi piattelli (solo se prodotti da ditte “sponsor” federali) si stagliano grossi come meloni! Di chi può essere il merito, se non Suo? Noi tutti dobbiamo essergli grati per averci regalato il cielo e la terra, la rosa e la spina, il fucile e il piattello, le cartucce e i pallini, il centro e la “padella”. Raramente (per non dire mai) tante qualità mirabili si trovano concentrate in una sola Entità, che è stata giustamente chiamata a guidarci. Noi, gregge belante di insipienti praticanti della domenica, cosa potremmo fare con le sole nostre misere forze? Chi potrà mai darci lanci perfetti e piattelli frangibili, macchine ben orientate e schemi precisi, se non Lui? Non si contano, ormai, le mirabilie compiute a favore dei Tesserati, seguiti amorevolmente dai 14 anni alla tomba mediante una Struttura collaudata ed efficiente, che soltanto poche persone meschine e rancorose si permettono tuttora debolmente di criticare….”
Come inizio della "Lode Perpetua" non era male. Lino si pulì gli occhiali, accese una sigaretta e continuò. All’improvviso, mentre era intento a battere sui tasti, dal PC venne un sibilo acutissimo e una lampadina rossa iniziò a lampeggiare al di sopra dello schermo: tutti si voltarono a guardarlo.
Infatti, quel segnale significava la condanna. Da quel momento, per un imperscrutabile disegno del Sommo, egli avrebbe dovuto continuare a scrivere senza termine, tranne le brevissime pause imposte dalle necessità fisiche: se avesse smesso sarebbe stata la fine.
La chiamata avveniva raramente e toccava sempre agli Elogiatori di una certa età, quasi mai ai giovani. Anche a motivo di ciò, molti ritenevano non trattarsi di una punizione, bensì di un’alta considerazione da parte dell’Egemone il quale -avendo particolarmente cara l’opera di un dato Elogiatore- per timore che questi abbandoni il lavoro, lo trattiene con la severa minaccia.
Altri invece sono convinti che non dipenda da un apprezzamento positivo, ma da un puro e semplice capriccio, come talvolta piace ai potenti. Si citano infatti casi storici di Elogiatori che furono “chiamati” benché non possedessero che mediocri facoltà letterarie e al Tiro fossero grandi “padellari”.
Al sibilo del PC e all’accensione della spia rossa per Lino, tutti si voltarono a guardarlo: lui solo, nell’immensa sala, era stato “chiamato”. Al termine dell’orario di lavoro tutti gli altri se ne sarebbero andati, mentre lui seduto a scrivere, scrivere, fino a tardissima notte. E all’alba, dopo un breve sonno sopra una branda approntata in un angolo da uno dei Guardiani federali, riprenderà la fatica, senza mai più un giorno di riposo o una vacanza! E se un giorno non riuscisse più a continuare e abbandonasse la tastiera sarebbe la sua fine.
Paolo Clerici, lo storico del Tiro al Coriandolo Volante, ormai vecchissimo, gli si avvicinò premuroso:
“Non affliggerti” disse. “Se sei stato chiamato è segno che il Sommo ha molta stima di te.”
“Ma non posso più muovermi di qui, capisci? Voi, tra poco, ritornerete a casa e domani andrete sui Campi di Tiro, gare con montepremi a quattro zeri, pranzi al ristorante della “club-house”, trasferte, belle donne, cartucce fenomenali, applausi ai piedi del podio… Io no: per me soltanto scrivere, elogiare, mentire… Per quanto tempo resisterò?”
Brevi scambi di parole, perché nel sottopalazzo più di tanto non possono distrarsi; l’importante è scrivere, scrivere: chi di Gare leggendarie con le cinque cassette e Lino di favole vane.
La luce al neon, appositamente programmata, si andava attenuando nell’immenso stanzone, quando suonò una stridula campanella che segnava la fine dell’orario.
I cento, i mille colleghi Elogiatori intorno smisero di battere i tasti all’unisono, si alzarono, coprirono la tastiera del PC e si avviarono silenziosamente verso l’unica uscita vigilata in fondo al locale, malinconici formiconi, gettando uno sguardo furtivo su Lino, che invece rimase.
Uno dei colleghi di rieducazione, il maturo signore dall’inconfondibile accento napoletano, gli si avvicinò: “Ti saluto, caro Lino, è l’ultima sera che ci troviamo insieme. Ma non ti preoccupare, tu sei un designato, un eletto. Io me ne vado nell’ombra e domani sono in Gara” e datagli una pacca sulla spalla, si allontanò.
Paolo Clerici, dopo averlo abbracciato, per ultimo uscì dalla sala, verso la libertà.
Ora Lino è rimasto solo nel cupo silenzio; le luci centrali sono state spente e lui ha acceso una lampada da tavolo. Al piccolo lume, circondato dal buio, continua a scrivere:
“Poi vidi il cielo aperto ed ecco un cavallo bianco; e colui che lo cavalca si chiama 'Il Fedele' e 'Il Verace'; ed egli giudica e guerreggia con giustizia. E i suoi occhi erano una fiamma di fuoco e sul suo capo v’erano molti diademi. Era vestito d’una veste bianca e il suo nome è: l’Egemone.
...Poi il settimo angelo versò il contenuto della sua coppa nell’aria e la voce possente del Sommo uscì dal trono del tempio dicendo “Tutto è compiuto!”
Fra un paio d’ore Lino si sarebbe buttato in branda, per ricominciare all’alba. Oppure stava già dormendo e tutto questo faceva parte del suo incubo personale?

(il seguito in: "UNA TELEFONATA")

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