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Nel mirino del grillo
(le persone care non ci lasciano mai…)


05/03/2007 - ore 19:22

Eravamo arrivati in Sud America con largo anticipo sull’inizio delle grandi Gare di quell’anno, in terra straniera. Ci trovavamo esattamente nella provincia di Mindanao, col sole caldo e le giornate interminabili anche dopo il tramonto sul mare, che era di un intenso color celeste, come i rivestimenti di certe piscine. I piccioni volavano bene, però quasi sempre –vivi o morti- fuori dalla rete. Comunque eravamo –è vero- tutti un poco tristi: infatti era la prima volta che affrontavamo un impegno internazionale di quel livello senza di lui, scomparso giusto un anno prima, dopo una lunga e penosa malattia. Il grande Campione, esempio e idolo di tutti noi, ci aveva lasciato da soli e adesso –visto che la vita deve continuare- eravamo a fare le stesse cose di sempre senza di lui, dall’altra parte del mondo, come se niente fosse ma col morale sotto a un treno.
I figli del Campione, più degli altri si davano un tono e facevano di tutto perché il gioco sembrasse come prima, partite a carte, gavettoni e scherzi notturni compresi.
Certo, una Finale di Campionato del Mondo al Piccione senza Franco Bornaghi non era e non poteva essere la stessa cosa! Ma tant’è: non è che avessimo molta scelta e così eravamo venuti egualmente.
Per quanto mi riguarda, ancorché definito “eccellente tiratore” e “uomo da battere” (da chi, poi…?), stavo effettivamente sparando come un cane. Anche nei tiri di prova sembrava che sparassi cartucce da “spolvero” e non riuscivo a ferire un piccione, se non lievemente e per sbaglio. Di ammazzarne non se ne parlava proprio. Ovviamente, i miei compagni di brigata –con le medesime cartucce- fulminavano in aria gli “zurrìtos” come se gli avessero dato una badilata. Ero molto scoraggiato e, se ne avessi avuto la possibilità (a costo di sembrare un guastafeste), me ne sarei tornato a casa già il secondo giorno.
Al terzo giorno, prima gara “d’assaggio” di una certa importanza; avevo riposato bene ed ero anche andato a dormire prima del solito. Venni chiamato in pedana per il mio turno verso mezzogiorno: clima ottimale, fucile assuefatto da anni, cartucce giuste, tutto a posto, insomma. “Betting” vociante alle spalle, concentrazione, doppia chiamata, pollastrone in volo, “bum bum”: zero al primo! Fine della gara.
Mi spostai allora su un Campo lontano dove stava per iniziare una “poule di consolazione”. Che ve lo dico a fare? Zero al primo e fuori! Vado a fare cinque piccioni di prova su un altro campo: ne ferisco malamente due e riesco a fare tre zeri su volatili definibili “niente di che”. Meno male che il resto della brigata se la stava cavando abbastanza bene, ma non avevo però il coraggio di andarli a vedere mentre sparavano, nel timore che mi chiedessero delle mie “padelle” che stavano diventando sempre più imponenti e numerose. Alla fine della giornata, mi venne da pensare che -per come stavo messo- avrei fatto meglio a spararmi sui piedi, almeno mi avrebbero riportato a casa per forza!
L’indomani, con poche varianti, si ripeté la stessa proiezione (cioè, un “film già visto”): nella Gara di cartello feci zero al primo e passai il resto della giornata a pagare iscrizioni alle “poule” e a far volare qualche penna ai piccioni di prova, che sembravano dei tacchini. Capitano a tutti i Tiratori dei periodi “neri”, ma quello che stava succedendo a me non ricordavo di averlo mai visto accadere prima a nessuno che conoscessi.
Con questo stato d’animo e le lacrime agli occhi per la rabbia al terzo piccione di prova che vedevo volare via indenne verso il tramonto, mi accinsi quell’anno ad affrontare la Finale di Campionato del Mondo di Piccione col solo desiderio di poter tornare presto a casa mia, a migliaia di chilometri di distanza.
La mattina dopo (finalmente il gran giorno…), nel corridoio dell’albergo, allorché ci siamo incrociati per andare giù a fare colazione, il figlio del Campione mi fa: “Stanotte ho sognato Papà…”.
In questi casi non si sa mai cosa dire: “Ah, mi fa piacere…” risposi.
“Stava bene; sembrava contento. Mi ha detto che oggi vincerai il Campionato del Mondo…”
“Grazie” dissi con un sorriso imbarazzato, “Ma mi sa che hai sbagliato persona. Tu… non lui! Non hai visto come sto sparando? Per ammazzare un piccione farei prima a tirargli il collo!”
“Così mi ha detto…” ribatté l’Amico e si allontanò commosso per le scale, lasciandomi ad attendere l’ascensore.
“Bene” mi dissi. “Prendiamola per buon augurio e cominciamo l’avventura”.
Giunti sul Campo, mi sembrava una giornata come le altre e non mi sentivo certo meglio dei giorni precedenti.
In pedana, uscì un buon piccione di sfondata al quale sparai d’istinto senza alcun ragionamento, alla sola percezione della sua esistenza in volo: capitombolò a metà strada fra la cassetta e la rete, al primo colpo. Non male: adesso vediamo gli altri.
Continuavo a sparare in scioltezza; mi pareva di assistere ad una scena in cui qualcun altro tirava ai piccioni in pedana al posto mio e io mi limitavo a guardare stando alle sue spalle.
Incredibilmente giunsi immune ai primi dieci piccioni ed avevo avuto almeno tre “clienti da zero”!
Gli ulteriori cinque piccioni (uno per Campo) erano riservati a chi fosse stato “pieno” ai primi dieci: c’ero anch’io e cosa ancora più impossibile arrivai immune ai quindici, con quattordici prime canne e una seconda a rete.
I “compagni di spedizione” si erano andati via via perdendo per la strada e adesso non avevano altro da fare che seguire me, che invece stavo sparando sempre più rapido e deciso, appressandomi a disputare la Finale vera e propria. Eravamo comunque in sette col punteggio pieno e -dato il calibro degli altri, in linea col livello della competizione- la strada era ancora tutta in salita.
La distanza fu arretrata dapprima a 28 metri e poi a 29. Infine, in tre rimasti in gara, sparavamo piccioni veloci e snelli come tortore da trenta metri “fumandoli” in aria.
Personalmente –non chiedetemi come sia possibile- facevo raccogliere i miei piccioni al ragazzo a non più di un metro e mezzo dalla cassetta d’uscita: un volatile di terza cassetta che partì “a candela”, dopo neanche un metro in verticale, raggiunto dal piombo, ricadde praticamente sul metallo verde del contenitore aperto.
Come si dice, avevo “preso il via” e senza sentire più nulla e nessuno intorno, ma ben sapendo di non essere solo nell’impresa, badavo soltanto a far fare in aria gomitoli di piume a piccioni sempre più piccoli e veloci, praticamente con un solo colpo. Per tutta la Finale non avrei avuto bisogno di tirare una seconda canna, se non fosse stato per regolamento; infatti sparavo il secondo colpo quando il piccione era già morto nell’aria e a volte riuscivo a colpirlo per la seconda volta prima che toccasse terra.
Andavo avanti come un treno, senza rendermi conto a che punto si fosse, quando all’ennesimo piccione fulminato (in un turbinìo di piume di prima e di seconda a meno di due metri da dove era uscito), mentre stavo per voltarmi e lasciare libera la pedana al mio unico rivale rimasto in gara, mi sentii afferrare da dietro e sbattere a terra sull’erba soffice del prato, il fucile da una parte, due persone sopra di me, ovazioni dal “Betting”, esclamazioni di gioia, applausi, insomma un casino! Ma che stava accadendo?
Era finita: non me ne ero ancora reso conto, ma avevo vinto per davvero! Era finita, ma sarei potuto andare avanti così per altri venti piccioni, se ce ne fosse stato bisogno.
Possibile che tutto questo fosse accaduto veramente a me?
Dopo tanti festeggiamenti in terra straniera, insieme al figlio del Campione passammo una mezza nottata a commuoverci ripensando a come era andata la cosa e, una volta tornati in Patria, mi feci un dovere di andare al cimitero –con un gran mazzo di fiori- a rendere omaggio al migliore di tutti noi (di ieri e di oggi) che, dopo avermi voluto sempre così bene da vivo, mai mi aveva abbandonato nemmeno dopo, facendomi sentire la Sua presenza accanto in Pedana, mentre mi apprestavo a diventare Campione del Mondo di Tiro al Piccione.
Per questo e per tutto quello che è stato capace di insegnarci e di trasmetterci, ancora una volta, qui e adesso, intendo dire: “Grazie, maestro!”.

(da una confidenza di Giovanni “Tiziano” Rodenghi)

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