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IL CACCIATORE
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Nel mirino del grillo
(la passione, la tecnica e l’inventiva possono talvolta dare risultati impensabili)


20/03/2007 - ore 22:02

“Guarda qua… Hai mai visto qualcosa del genere?” mi fa il tizio appena conosciuto davanti al bancone del bar della “club-house”, aprendo il portellone posteriore della sua Volvo Wagon, ingombra di tutto, gabbie per cani comprese.
“No…” rispondo effettivamente stupefatto.
Siamo nel parcheggio semivuoto del Campo di Tiro, nel primo pomeriggio di una domenica d’autunno, mentre la tramontana ci sferza il viso arrossato; anche le pedane deserte sono battute dal vento che fa muovere sul cemento i bossoli non raccolti del mattino, col quel rumore metallico di ottone che rotola.
Il soggetto, ancora vestito da caccia, con tanto di scarponcini tecnici di marca, giubbino multiruolo e berrettino di lana srotolabile, tira fuori lentamente dal cofano un lungo fodero di tela grezza verde scuro e, ancor più lentamente, estrae da questo il suo fucile automatico e me lo mette in mano senza complimenti. Si tratta di un attrezzo molto, molto vissuto!
Lo osservo attentamente: partendo da un commerciale fucile semi-automatico da caccia della “Beretta”, ultima generazione e nell’allestimento base in cal. 12 Magnum, il tizio era riuscito a farne una macchina da guerra, tanto complicata quanto efficace, che cercherò di descrivere fedelmente.
Ricordo la canna, all’apparenza normale anche per dimensioni, ma in realtà dotata di uno strozzature filettato esterno che ne portava la lunghezza totale a 81 cm. e la strozzatura a 12 decimi! Mentre il calcio era quello originale di legno di cocco, finito marrone chiaro opaco, ma segato corto e col nasello regolabile, senza calciolo in gomma.
La lunghezza, dopo le modifiche non sarà stata certamente più di 35 cm. e la parte superiore del nasello rientrava vistosamente all’interno, per adattarsi invero perfettamente alle caratteristiche del viso del padrone: alto e massiccio con la faccia larga e gli zigomi sporgenti.
Nonostante la sproporzione tra la canna ed il calcetto, tuttavia l’attrezzo non risultava sbilanciato in avanti come mi aspettavo: merito di una serie di contrappesi a riempimento che saturavano l’interno del legno cavo. I segni lungo tutto il corpo non lasciavano dubbi sull’utilizzo intenso e, in taluni casi, estremo che era stato fatto dell’oggetto. Lo imbracciai ripetutamente e –difficile a credersi- anche per me l’occhio destro era sempre in centro alla bindella.
“Questo va bene a tutti…” fece il padrone con evidente orgoglio.
L’arma era ormai riconoscibile soltanto dal nome del modello, inciso profondamente al lasèr sul castello, ma sembrava aver sopportato benissimo le sollecitazioni esasperate cui veniva costantemente sottoposta sui terreni di caccia più inospitali.
Il tizio, notando la mia silenziosa ammirazione, ripose soddisfatto l’attrezzo nel fodero consunto e mi mostrò con cautela (quasi stesse svelandomi il segreto della “pietra filosofale”) le cartucce che utilizzava per “staccare i tordi dalle stelle”, come disse lui con aria beata.
I bossoli erano di vari colori e lui ammise subito che se le caricava da solo.
“Ci ho una macchina automatica di precisione e ne posso fare mille all’ora, ma preferisco pesare le dosi della polvere ogni venti cartucce…” confidò.
Presa in mano una cartuccia, mi sembrava ben più pesante di quelle che usavo di solito in Pedana.
“Ma quanti grammi di piombo sono?”
“42 grammi del 7 e ½….”
“…E a che ci tiri?”
“Ai tordi, alle cesene, pavoncelle, marzaiole… A tutto, insomma.”
Avevo capito con chi ero capitato e devo confessare che, man mano che proseguiva la nostra conversazione lì in piedi e al freddo, non me ne sarei mai andato, anche perché il soggetto di cui non sapevo neanche il nome era tutt’altro che sprovveduto o sbruffone… Accesa una sigaretta nel vento, cominciò infatti a magnificare le doti della polvere “TECNA” da lui utilizzata in generose dosi per fabbricarsi la “cartuccia ideale”, abbinando la dose massima consentita per quella polvere con una carica di pallini inferiore di dieci grammi a quella “magnum” che poteva sparare il suo fucile. Fece alcune “rivelazioni” balistiche un po’ azzardate, ma non del tutto peregrine, per spiegare come riusciva ad ottenere in tal modo cartucce pesanti, ma velocissime e mortali sui bersagli in volo anche a distanze estreme e infine mi stupì ulteriormente tirando fuori dal tascapane (foderato e impermeabile) del giubbino multitasche, un “riduttore” d’acciaio delle dimensioni di una cartuccia cal. 12, ma che poteva ospitare al suo interno una cartuccetta metallica il cal. 8 “flobert” a pallini da dieci grammi di piombo, che grazie al marchingegno egli però sparava nel suo automatico.
Alla mia banale richiesta circa l’utilizzo del tutto, mi rispose con un sorriso che il sistema da lui realizzato serviva per “finire” gli animali feriti che cadevano eventualmente vivi a breve distanza, senza rovinarli sparandogli –come spesso si fa- una normale cartuccia da pochi metri.
Non sapevo più cosa pensare, se non chiedermi se tutto questo apparato fosse poi veramente efficace.
Il tizio deve avermi letto nel pensiero perché, con fare circospetto pur nel piazzale deserto, estrasse da un sacchetto di tela un bel mazzo di tordi (saranno stati più di trenta sicuro) e mi tramortì affermando: “Un paio d’ore stamattina allo spollo… Ero da solo: passavano alti, ma venivano giù lo stesso come sassi!”.
Erano bei tordi “roscioli” e c’erano pure tre o quattro cesene: davvero un bel carniere per una persona sola.
“Dove…?” chiesi, più per curiosità che per altro, avendo smesso ormai da una quindicina d’anni di andare a caccia.
“In provincia di Mindanao” rispose serio.
“Sì… Ma esattamente dove?”
“Nelle paludi misteriose della provincia di Mindanao” ripetè convinto.
“Ho capito…” feci un po’ risentito per tanta riservatezza. Poi chiesi: “Ma tu che lavoro fai?”
Lui mi fissò un attimo e poi, abbassando ulteriormente la voce, con orgoglio disse: “Il Cacciatore!”.
In effetti, ogni tanto se ne incontra ancora qualcuno vero.

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