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UNA TELEFONATA
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Nel mirino del grillo
(il seguito de: "GLI ELOGIATORI DEL SOMMO")


01/09/2007 - ore 20:17

Lasciati, per la fretta, entrambi i cellulari sulla scrivania del suo ufficio di Zurigo ove si era rifugiato dopo le persecuzioni del “Palazzo”, l’avv. Lino Cozzamara partì da solo alla volta di Brescia, in un torvo primo pomeriggio autunnale che minacciava pioggia.
Per non dare nell’occhio, temendo sempre le ire del “Sommo”, aveva preso una macchina a noleggio (un’utilitaria bianca con targa svizzera del Canton Ticino) e non aveva confidato a nessuno la destinazione del viaggio, volendosi incontrare a Brescia con quello che era stato il suo “maestro” (agli inizi della carriera di tiratore) e tuttora validissimo Armiere: uno dei pochi di cui ancora si fidasse e che non gli avevano voltato le spalle, dopo la “scomunica” federale.
Nel fodero in pelle, che sembrava contenere un fucile montato, Lino aveva invece custodito un innovativo progetto (disegnato minuziosamente su cartoncino) per la realizzazione di un fucile da tiro ideale, leggero e maneggevole ma, soprattutto, interamente regolabile! La messa a punto di questo sogno era diventato per Cozzamara lo scopo della sua vita ed anche la possibilità di riscattarsi, dopo tutte le vicissitudini che gli erano toccate negli ultimi anni; se il modello si fosse realizzato (almeno come prototipo), questo poteva avvenire soltanto a Brescia e grazie a qualcuno che ancora gli voleva bene.
A questo appuntamento col destino si stava recando quel giorno, con l’emozione di un tempo e l’ansia di arrivare a destinazione. Passò senza problemi la dogana (ormai lui era da tempo residente a Zurigo…) sotto una pioggia insistente e rimase bloccato per avaria dopo una cinquantina di chilometri in territorio italiano, col fumo bianco e denso che usciva dal cofano aperto del motore.
Dopo un’ora di segnali disperati alle automobili ed ai camion carichi che passavano veloci nel temporale, il conducente di un autobus sconquassato ebbe pietà di lui. L’avvertì, comunque, che non andava molto lontano.
“Non importa” disse Lino. “L’unica cosa di cui ho bisogno è un telefono...”
In effetti doveva soltanto avvisare l’amico di Brescia dell’inconveniente, rinviando l’appuntamento ormai all’indomani. Era comunque fradicio dalla testa ai piedi e l’abbigliamento di quel giorno era meno formale ed elegante del solito. Confuso per via del guasto, dimenticò di prendere le chiavi della macchina, ma non il carteggio col progetto della sua "creatura".
Un uomo che viaggiava accanto al conducente, con modi fermi ma garbati, gli diede un asciugamano e una coperta, facendolo sedere nel più vicino sedile. Dopo essersi asciugato, Lino si avvolse nella coperta e si mise a raccontare le proprie vicissitudini al suo soccorritore. Questi gli fece cenno di abbassare la voce e disse: “Sono addormentati” mormorò.
Lino guardò da sopra la spalla e vide che l’autobus era occupato da uomini di età incerte e di condizioni diverse, che dormivano avvolti in coperte uguali alla sua. Contagiato dalla loro quiete e sfinito, si sistemò meglio sul sedile e anche lui si addormentò col rumore della pioggia.
Quando si svegliò era notte fonda e l’acquazzone si era dissolto in una pioviggine gelida. Il vicino di posto disse seccamente: “Siamo arrivati”. Lui non aveva idea di dove si potesse trovare nel mondo. L’autobus stava entrando nel cortile in cemento di un edificio enorme e cupo che sembrava un vecchio convento, in un bosco di alberi giganteschi. I passeggeri, fiocamente illuminati da un lampione del cortile, rimasero immobili finché l’uomo che faceva da guida non li fece scendere con ordini elementari. Tutti erano anziani e si muovevano lentamente, come in un sogno; una volta nel piazzale vennero accolti da corpulenti soggetti in uniforme che li disposero in fila indiana con ordini secchi. Lino fu l’ultimo a scendere dall’autobus, non prima di aver ringraziato il responsabile del viaggio e tentato di restituire la coperta, ma lui gli disse di ripararsi la testa per attraversare il cortile e di restituirla in portineria.
“Ci sarà un telefono?” gli domandò Lino.
“Naturalmente” disse l’uomo. “Glielo indicheranno lì”.
L’uomo gli fece un saluto con la mano stando sul predellino e gli gridò “buona fortuna!”, mentre l’autobus ripartì senza lasciare loro altro tempo.
Lino provò a correre verso l’entrata dell’edificio. Un guardiano lo fermò energicamente prendendolo per un braccio e gli indicò la fila. Obbedì. Poi, nell’atrio dell’edificio, si separò dal gruppo e domandò al portinaio dove c’era un telefono. Uno dei guardiani lo fece tornare in fila con qualche pacca sulla schiena e gli disse con modi suadenti: “Di qua, bello, di qua c’è un telefono”.
Lino proseguì con gli altri uomini lungo un corridoio tenebroso e, infine, entrò in un dormitorio, dove i guardiani ritirarono le coperte e presero ad assegnare i letti. Un guardiano, che sembrava più umano degli altri, ripercorreva la fila con un elenco in mano e quando arrivò davanti a Lino si stupì che non avesse il cartellino col nome e cognome sul petto, al pari degli altri, e che non fosse in elenco.
“E’ che io sono venuto solo per telefonare” gli disse e spiegò in gran fretta chi era e cosa facesse in Svizzera, il perché del suo viaggio, l’avaria dell’automobile e –avendo lasciato i cellulari in ufficio a Zurigo- l’urgente necessità di poter avvisare il suo “maestro” che lo stava certamente aspettando in mezzo alla strada a Brescia per prendere visione del suo rivoluzionario progetto per realizzare un fucile da tiro “interamente regolabile” anche stando in pedana. Anzi, si avvide soltanto allora che il fodero floscio gli era rimasto sul bancone del portiere all’ingresso, quando aveva provato a chiedere di un telefono.
Il guardiano sembrò ascoltarlo con attenzione.
“Come ti chiami?”
Lino gli disse il suo nome con un sospiro di sollievo, ma l’uomo non lo trovò dopo aver ricontrollato la lista più volte e fece cenno ad un corpulento signore ben vestito che era poco distante. Il direttore si avvicinò, si rese conto della situazione e scrollò le spalle; poi fece aggiungere al guardiano il nome di Lino in fondo all’elenco.
“E’ che io sono venuto solo per telefonare” continuava a ripetere lui.
“Certo, amico mio carissimo” gli disse il direttore, guidandolo con estrema cortesia verso il suo letto. “Se ti comporti bene potrai telefonare a chi vorrai. Ma adesso no, domani”.
Improvvisamente, ripensando ai passeggeri dell’autobus e a tutto quanto gli stava accadendo, Lino capì che quel palazzo in ombra, con grossi muri di pietra e scale gelide, era di fatto un ospedale psichiatrico! Allora fuggì di corsa dal dormitorio, ma prima di arrivare al portone due muscolosi guardiani in tuta da meccanico lo immobilizzarono a terra senza fatica, facendolo desistere da qualsiasi altro tentativo.
Lino era sconvolto e mentre lo trascinavano in un’altra stanza, che aveva un solo letto con cinghie penzolanti, continuava a ripetere agli infermieri: “Ho inventato il fucile interamente regolabile per il piattello! Pensate che ha diciotto posizioni solo per la piega del calcio e che si può sistemare con un pulsante nascosto mentre il tiratore è in pedana… Lasciatemi stare, devo andare a Brescia! Vi assicuro che sono venuto solo per fare una telefonata…”
Sopraggiunse infine il medico di turno, il quale –allorché chiamato d’urgenza- si era già spogliato per mettersi a dormire in un’altra ala dell’istituto. Visibilmente infastidito per l’imprevisto, essendo questi “l’aiuto” del primario e non più avvezzo a fare le notti in corsia, dopo aver ascoltato per qualche minuto le spiegazioni di Lino e i dettagliati particolari della sua invenzione sul “fucile ideale”, tastato il polso e misurata la pressione, gli fece somministrare da uno degli infermieri una fiala intramuscolo di robusto sedativo. Poi lo fece legare al letto e, mentre lui proseguiva a narrare le sue vicissitudini ad alta voce, si pose seduto al piccolo tavolino metallico della stanza per riempire la cartella clinica, dal momento che nulla risultava in atti sul conto di quel paziente, se non il suo nome in fondo all’elenco dei ricoverati trasferiti quella sera.
Dopo aver riportato le generalità complete e gli altri dati così come riferiti dall’interessato, l’esperto medico scrisse una lunga diagnosi, piena di paroloni incomprensibili, che però concludeva:
“…il paziente è certamente affetto da delirio di onnipotenza e da mania di persecuzione conclamata, in quanto ritiene di essere perseguitato da una non meglio nota Entità Superiore (da lui più volte chiamata “il Sommo” o “l’Egemone”), con la quale sostiene di essere stato in contatto in anni passati, nell’ambito di un’organizzazione per intrallazzi ed attività collaterali a fini di lucro, che però non sa o non vuole indicare. Inoltre, afferma ripetutamente di avere inventato un fucile “interamente regolabile” in grado di far rompere i piattelli a tutti i tiratori, i cui disegni sconclusionati sono stati effettivamente portati al seguito dal sedicente “avvocato”, all’atto del suo trasferimento presso questa struttura sanitaria…”. Mentre nella prognosi decretava: “…si prescrive pertanto terapia intensiva per almeno tre mesi in stanza singola su letto di contenzione, con somministrazione di sedativi intramuscolo ogni sei ore alla dose di…..”.
Infine, riletto il tutto e non parendogli abbastanza, per dare ancor più forza alla diagnosi in cartella, il “vice-primario” aggiunse a fine pagina -in stampatello- l’annotazione “AGITATO”, la siglò sotto e se ne andò finalmente a dormire.
Anche Lino, nel frattempo, aveva preso sonno.

(il seguito in: "LETTERA AL MAESTRO" del 18.01.2007)

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