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DON PEPPINO ALLE OLIMPIADI


TAV Partenopea, settembre 1963
Tav Licola
fine anni '60
Gioacchino e Don Peppino
TAV Falco,
metà anni '70

25/09/2006

Angelo (Peppino) Scalzone aveva modi e costumi da gentiluomo di campagna. Non amava molto il lavoro, gli piaceva la bella vita, le belle compagnie, la buona tavola ed il gioco. La bella vita deve intendersi come concetto molto ampio!

Nato in una terra allora straordinariamente ricca di caccia iniziò ad andare a caccia dalla culla seguendo il padre Armando ed i suoi amici. Armando aveva aperto poi un campetto di tiro lungo il litorale Domizio e li Peppino incominciò a tirare al piattello e subito a incominciò pure a sbalordire.

Agli inizi degli anni 60 si mise in luce con la strepitosa vittoria in alcune gare di rilevanza nazionale tipo la Coppa Rossini che vinse sia a Potenza (di sicuro) che a Sanmarino (credo). Lo Scalzone di quei tempi aveva una fucilata estremamente veloce e precisa e quando era in palla, e lo era quasi sempre, dava spettacolo ed incuteva timore.

Per lui il Tiro è stato sempre un hobby od uno sport da gentiluomo di campagna. Sparava per il piacere puro di sparare e vincere e credo che mai abbia pensato a divenire un professionista del tiro ed a guadagnare con quella attività. Credo che non abbia mai chiesto niente a nessuno. Tutto quello che ha avuto dall’ambiente glielo hanno offerto e forse lui spendeva molto di più di quanto riceveva in omaggi di ringraziamento.

Essendo il tiro per lui uno svago io credo che mai abbia fatta una preparazione specifica per una gara o per una stagione. Viveva la sua vita e sparava. Quando io lo ho conosciuto e siamo diventati subito amici era l’inizio del 1963 e Peppino era da poco entrato nel giro della Nazionale ove divenne molto apprezzato sia dalla Federazione che dai compagni di squadra perché lui portava sempre a casa un risultato utile alla squadra. Forse il suo genere di (non) preparazione non gli consentiva risultati di vertice assoluto, ma in squadra era una colonna portante.

Questa premessa è importante per capire come e perché nacque la sua andata alle Olimpiadi.

Ripeto si curava poco o niente, ma quando le condizioni erano pesanti era l’osso più duro da masticare. Non a caso vinse nel ’67 (credo) l’unico Campionato Italiano a 300 piattelli e nella prova di Roma disputata su un campo polveroso squassato dal vento vinse con 297/300 e col secondo a 12 piattelli di distanza. Col tempo aveva meditatamente addolcito il suo tempo di fuoco, ma se necessario ridiventava un fulmine come in quella occasione.

Accadde che qualche tempo prima della selezione per Monaco 72 Peppino venne escluso dal giro della Nazionale. Lui ne fu molto amareggiato (ne parlammo per giorni interi) anche perché non sembravano esserci delle condizioni oggettive per tale esclusione, ma la cosa sembrava scaturire da alcune intolleranze interne al gruppo dei nazionali.

Accadde anche che per scegliere i candidati olimpionici la Federazione abbandonò il clientelare criterio soggettivo o misto per scegliere quella volta solo con il criterio oggettivo. Fu stabilito, se non ricordo male, che i due olimpionici venissero designati in base ai risultati di 1000 piattelli sparati.
Ed allora Don Peppino decise che doveva andare alle Olimpiadi, ma in effetti decise che la scelta oggettiva lo poteva comunque riportare a pieno titolo nel giro della Nazionale da cui era stato allontanato dai sistemi clientelari.

E così, per la prima volta in vita sua, decise di prepararsi ed allenarsi. Ridusse il fumo, si mise ad alimentazione controllata, faceva ginnastica e footing alzandosi all’alba ed andando a correre in campagna, ridusse moltissimo il gioco e si allenò anche molto in pedana con gli amici stretti che lo incitavano e lo impegnavano in terribili sfide a gelati e bibite.

Dopo il Beretta degli inizi e dei primi anni 60 Peppino era passato a metà decennio al Perazzi e con quello fece tutta la preparazione, ma quel fucile era destinato ad essere abbandonato il giorno prima dell’ inizio delle Olimpiadi in maniera romanzesca.

Confermo che il Perazzi usato da Peppino Scalzone nella seconda metà degli anni ’60 e per la preparazione alle Olimpiadi del ‘72 era un Mirage con canne corte e leggere. Insomma era più un fucile da cassetta che da fossa, ma questo a Peppino importava poco. Ho già avuto modo di dire che le sue capacità di adattamento all’arma erano straordinarie perché utilizzava parimenti la possanza delle sue braccia unitamente al suo straordinario autocontrollo. Vi racconto solo uno dei cento episodi che si potrebbero raccontare:

A marzo ’64 Liano Rossini venne a Napoli e chiese a Peppino di potermi fare visita per ringraziarmi delle foto che io avevo fatto e mandato a lui in occasione dei Giochi del Mediterraneo del settembre ’63 disputati nel Campo della gloriosa Partenopea (1° Rossini, 2° Scalzone). Era di giovedì e me li vidi presentare in azienda nella tarda mattinata. Dopo i saluti ed i ringraziamenti decidemmo di pranzare insieme e poi di andare appunto alla Partenopea dove allora di giovedì si disputavano sempre belle gare dotate di belle medaglie d’oro. Decidemmo di fare tutti la gara, ma Peppino cercava un fucile non avendo il suo al seguito. Rossini immediatamente gli offrì il suo. Peppino lo imbraccio e sentenziò che gli stava bene, ma dopo un attimo esclamò: ma questo è bigrillo! E Rossini: meglio, così ragioni sulla seconda canna. A mio giudizio il problema non consisteva solo nel doppio grilletto, ma nella totale assenza del calcio a pistola. Essendo un fucile bigrillo il calcio non poteva che essere all’inglese, foggia non usuale per chi spara col monogrillo soprattutto moderno. Dopo qualche attimo Peppino disse: va bene, sparerò solo di prima canna!. Cosa pensate che fece? 25 nuvole e vinse la gara: Devo aggiungere altro?

Allora Don Peppino per le Olimpiadi e per la prima volta in vita sua fece una seria e lunga preparazione e ne godette i benefici perché si qualificò per andare alla somma competizione arrivando subito dietro a Silvano Basagni, dato, insieme a Michel Carregà, come favoritissimo per quella edizione delle Olimpiadi.

Non ne parlammo mai, ma io credo che Peppino fosse più contento di aver riconquistato sul campo a quaranta anni passati il suo posto in nazionale che della qualificazione stessa. Una sorta di appagamento che forse lo deconcentrò nei momenti salienti della preparazione finale.
Poi poco prima della partenza la Beretta gli donò una coppia di SO4, senza l’obbligo di usarli in gara, ma con la segreta speranza che lui lo facesse come in effetti lo fece. Forse anche ciò contribuì a deconcentrarlo. Di sicuro posso dirvi che durante le prove a Monaco sparava male, malissimo.

Mi chiamò ancora una volta al telefono da Monaco alla vigilia della gara, credo che fosse ancora di giovedì. Peppì come stai sparando? Una schifezza, Ino (Ino è il mio diminutivo usato da parenti ed amici). Sacripante! (era la sua tipica espressione di rabbia) non riesco a concentrarmi per tutta la serie! Con quale fucile stai sparando? Faccio una serie col Perazzi ed una col Beretta, ma i risultati non cambiano, faccio 21/22 e non di più. Allora io mi presi la responsabilità di suggerirgli di sparare col Perazzi perché dovevo necessariamente ritenerlo più affiatato con quel fucile che con i nuovi SO4. E quel Marziano mi disse: no, sparerò col Beretta perché con lo SO4 a destra devo anticipare più che a sinistra e ciò mi fa porre più attenzione, mi tiene più concentrato. E così fece e sbagliò solo un piattello nella 5a serie (credo il 124°)! Se non fosse la sacrosanta verità si potrebbe non crederci. Ma questa è la verità.

Mi disse poi che per concentrarsi in gara si inventò la storia di un leone che lo caricava per 200 volte e che non poteva mancarlo pena l’essere sbranato.

Con queste premesse la storia della sua pacata e serena risposta (25 posso farlo anche io) al suo vicino di casa, Claudio Carli, che andò imprudentemente ad annunciargli, rischiando di metterlo in tensione, che il sommo Carregà aveva fatto ancora un 25 chiudendo a 198/200 (sic!) e che quindi lui se faceva 23 perdeva , se faceva 24 doveva spareggiare con Carregà e vinceva solo facendo 25 ha molto sapore, colore ed un grande significato per la valutazione del temperamento dell’uomo, ma pensate anche a questo Gigante che va in pedana, nella gara della vita, e per 199 volte centra il bersaglio conservando la freddezza di ricordarsi ogni volta di anticipare un poco di più a destra. Che fenomeno!

Carregà, grandissimo Tiratore, ma soprattutto grandissimo sportivo fu il primo a rimanere ammirato dalla freddezza dimostrata da Peppino ed a congratularsi con lui. Mi disse che lo osservò fare la ultima serie stando nascosto dietro una finestra per non creargli alcun disagio. I Grandi dello Sport agiscono così e Michel è un Grande.

Dopo Monaco mi è sempre venuto in mente di pensare cosa avrebbe potuto vincere Don Peppino se si fosse nella sua carriera adeguatamente preparato per ogni impegno importante, ma lui era nato per essere un Gentiluomo di Campagna e non un Professionista.

Addio grande amico fraterno, ci hai lasciati e mi hai lasciato troppo presto.


Gioacchino Rosa Rosa


NdR: La prematura scomparsa di Peppino Scalzone venne commemorata dal Corriere della Sera del 1° maggio 1987 con un lungo e sentito ricordo a firma del grande giornalista sportivo Mario Gheraducci. Gherarducci definì Scalzone "Estroverso e gioviale, in pedana era freddo e impassibile come un robot". Poi chiudeva così: "Addio, Don Peppino, campione di tiro e di simpatia".