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LA FINE DI UNA STORIA
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Nel mirino del grillo
(talvolta siamo soli, anche in mezzo a tanta gente)


10/08/2009 - ore 16:34

Era caldo, ma non eravamo ancora in estate. Eppure in alcuni momenti della giornata il respiro mancava e il fatto di potersi sedere sotto l’ombra delle palme non aiutava granché. In terra d’Africa il tempo segue un ritmo tutto suo, gli eventi si dipanano lenti e si ha sempre la sensazione di non sapere come fare ad arrivare in fondo alla giornata, anche se poi alla fine arriva sempre la brezza della notte che soffia dal vicino deserto, a farci girare il calendario.
Tutto si svolgeva stancamente quella volta, come se ciascuno fosse stato lì per sbaglio e senza alcuna volontà di partecipare. Poca gente rispetto a quel tipo di riunioni, scarso entusiasmo in una stagione di transizione, umidità inconsueta per quei posti e i piccioni che non avevano voglia di volare e si facevano comunque ammazzare con rassegnazione senza soddisfazione per chi lo faceva.
Subito dopo pranzo e lontano da occhi indiscreti, lui stava maneggiando il fucile nell’opprimente calura del primo pomeriggio. Prendendolo per la canna, per verificare ancora una volta la deviazione del calcio che aveva appena fatto sistemare, lo girò capovolto verso sé stesso. L’automatico era certamente scarico e ne appoggiò il mirino sull’addome: si protese in avanti e con la mano andò a sistemare il nastro adesivo nero che avvolgeva la parte finale del calcio fino al grilletto. Il suo fido compagno non gli avrebbe mai fatto del male e la cartuccia poteva anche fare cilecca: statisticamente due o tre cartucce su mille non sparano, quando colpite dal percussore. Ma, sfiorato il grilletto, l’automatico produsse un tonfo sordo e tutto andò come doveva andare…
Un dolore lancinante lo trafisse, come la cornata di un toro, il fucile scalciò lontano nell’erba tra le pedane, la ferità aperta coi bordi violacei e il sangue che scendeva con un fiotto regolare sui pantaloni color sabbia.. Poi non ricordò più nulla.
Chi ha detto che nel Nord-Africa c’è solo deserto e non ci sono le montagne? Stando immobile nel letto, la stanza nella penombra dell’alba, egli poteva agevolmente vedere le alture coperte di vegetazione dalla finestra del moderno complesso dell’ospedale. Nei corridoi, che sembravano assai distanti oltre la porta chiusa, le persone parlavano un lento francese passando a gruppi, altri ridevano, qualcuno faceva cigolare la ruota di un carrello metallico che non arrivava mai a destinazione. Gli sembrò di sentire distintamente una suora che pregava: ne aveva intraviste alcune affacciarsi al suo capezzale nel dormiveglia, verosimilmente delle missionarie, dato il posto. Era ormai giorno fatto e non c’era nessuno oltre a lui nella stanza, né si era visto qualcuno del personale per verificare come avesse trascorso la notte. Lui sentiva le gambe attaccate al corpo come pesi morti e non riusciva a muovere nient’altro che la testa, ma anche quella con difficoltà. A pensarci bene, negli interminabili minuti di quiete, sembrava quasi che le montagne verdeggianti fossero quelle alle spalle degli Spedali Civili di Brescia, là dove inizia la Val Trompia, che parte dalla periferia nord della città ancora in piano, per poi salire repentinamente fino a sembrare –con le sue modeste formazioni rocciose- chissà che massiccio incombente, lì a portata di mano che quasi lo si può toccare. Questo gli piaceva perché lo faceva sentire meno lontano da casa e rifletté come, in fondo, tutto il mondo è paese ma quando si sta male, casa è casa!
Tuttavia, forse stava sognando o, meglio, quello che gli pareva di vivere era certamente un incubo che sarebbe presto finito col suo risveglio in un bagno di sudore: sarebbe stato di pessimo umore per tutta la giornata, dopo un incubo come quello -lo sapeva benissimo- e questo avrebbe compromesso anche lo svolgimento della sua competizione al piccione… Come si può fare una buona gara, dopo aver avuto l’incubo palpabile di essersi sparati una fucilata nelle budella? E perché ultimamente faceva sempre brutti sogni, soprattutto quando era in trasferta? E poi perché, nonostante fosse mattino presto, la stanza si andava sempre più oscurando?
Egli ora stava sdraiato sul suo lettino e guardava con occhi sbarrati oltre l’orizzonte della vita. “Di buono c’è che non fa male” egli pensò. “E’ così che si sa quando comincia…”
Improvvisa e lontanissima, una voce chiamava in francese il dottore -chissà per chi- con un’intonazione accorata di premura irrinunciabile. Si udiva adesso un enorme chiasso nel corridoio e diverse persone affollavano la stanza. Lui sentì tutto divampare e diventare più grande sempre più grande, poi più piccolo sempre più piccolo. Poi tutto cominciò a correre veloce, sempre più veloce, come quando si accelera un film con effetti comici. Ma non c’era niente da ridere e fu allora che lui morì.

Grillo Saggio
Il "grillosaggio" spara RC