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UNA VOLTA NELLA VITA
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Nel mirino del grillo
(bianche cime della Nuova Zelanda)


16/02/2010 - ore 21:14

Il giorno prima della caccia al Thar le nostre guide, Philip e Peter insistettero -come sempre facevano- affinché si andasse in una piccola valle di quell’aspra regione della Nuova Zelanda, per sparare a numerosi bersagli strategicamente disposti a varie distanze. Questo per accertarci che l'ottica montata sui nostri fucili non fosse stata "disturbata", magari dagli addetti ai bagagli del volo del giorno precedente.
"Sono brave persone" disse Philip, "ma a volte capita che qualche bagaglio gli scivoli dalle mani...."
“Questo rituale è essenziale, e noi insistiamo che lo facciano tutti” disse Peter. "In alta montagna c'è spesso la possibilità di un colpo solo, perciò se l'ottica non è a posto, cosa ci si va a fare?"
Il pilota del monomotore che ci portava sul posto era un ex-elicotterista che aveva fatto parte del piccolo ma molto rispettato “Contingente Neozelandese” durante la guerra in Iraq, una persona gioviale. Fu infatti con un sorriso che ci annunciò che la stufa di bordo era rotta, e l'aria fredda in cabina proveniva direttamente dalle cime delle "Alpi Meridionali"che stavamo sorvolando.
Atterrammo infine su una piccola pista di terra battuta non lontana dalla casa del proprietario, in una tenuta dal suggestivo e biblico nome di "Mesopotamia". Tutt’intorno valli, ruscelli di acqua cristallina e cime innevate, tanta bellezza mi toccò in maniera inspiegabile, e fu allora che mi venne in mente una frase letta chissà dove: “Vivere veramente e non puramente trascorrere i giorni…”
Il proprietario, un omone sorridente col viso paffuto, la pelle levigata e lucente, aveva gli zigomi rossi per via della miriade di capillari e mi ricordò subito uno "Sherpa" nepalese, di quelli che guidano gli scalatori su per le montagne.
Egli ci spiegò di avere migliaia di capi ovini per tutte le vallate della sua proprietà e un paio di volte l'anno usava l'aereo per raggrupparli; questa era la ragione per cui c'erano una decina di piste d'atterraggio sparse per la proprietà di cui nemmeno lui conosceva l’esatta estensione.
Poco dopo, ci fu data una scelta per proseguire il viaggio: un altro quarto d'ora d'aereo per arrivare al casolare prestabilito da usare come base oppure quattro ore di terreno accidentato a bordo di una "Land Rover" costruita prima dell'invenzione degli ammortizzatori, con garanzia di ossa rotte. A malincuore optammo per l'aereo, anche se in verità non viaggio tanto bene sui velivoli leggeri. Le nostre guide ci avrebbero seguito nella "Land Rover", col materiale e i viveri.
Il velivolo ci lasciò al casolare presso la pista più lontana e il pilota se ne ritornò lesto a Christchurch; dopo averci detto "Buona fortuna! Vi verrò a riprendere fra dieci giorni…", decollò nella direzione di Mt Cook (la cima più alta della Nuova Zelanda), che in linea d'aria era chiaramente visibile ad un paio di chilometri, prima di virare a est.
Era una vita che aspettavo questa caccia al mitico Himalayan Thar (o Emitrago dell'Himalaya), e col mio amico Vincent ci guardammo in faccia con aria incredula: eravamo finalmente lì e non ci sembrava ancora vero. All'alba tutto sarebbe cominciato.
Nel tardo pomeriggio arrivarono le guide a bordo della Land Rover col materiale e viveri necessari. Scaricammo tutto e ci apprestammo a preparare la cena. Il casolare era munito di un rudimentale ma efficiente focolare, considerato il freddo pungente e il senso di completo isolamento che c’erano fuori, essere in quel casolare al caldo era per noi come alloggiare allo Sheraton Hotel di Parigi
Dopo la cena, le guide vollero stipulare le regole pertinenti alla caccia che dovevano essere rigorosamente osservate da tutti, in quanto esse massimizzavano le nostre probabilità di successo.
Noi, per la verità, le avevamo già sentite l'anno precedente quando avevamo partecipato ad una battuta al camoscio con le stesse guide, ma capimmo che quello era il loro lavoro e non obiettammo nulla. Fra le tante cose da fare, ci si lava senza l'uso del sapone, per l'igiene dentaria, solamente lo spazzolino ma senza dentifricio, da non usare inoltre, deodoranti, colonie, borotalco, dopobarba e di sigarette… neanche a parlarne!
“L'atmosfera a queste altitudini è così pura” disse Peter, “e l'olfatto di questi animali così sensibile: qualsiasi odore nell’aria farebbe scattare tra loro l’allarme. L'intero branco, se impaurito, si muove così velocemente da attraversare sei o sette valli in mezz'ora, mentre noi impiegheremmo sei o sette giorni per trovarli di nuovo”.
“Inoltre” precisò Peter, “questa è la caccia più faticosa e ardua di qualunque altra al mondo, soltanto vedere un Thar nel suo ambiente naturale vi renderà già dei cacciatori d’elite. Abbatterlo vi renderà unici: in compagnia di poche decine di altre persone al mondo! Buonanotte, signori…”
Finalmente l’alba arrivò, tutti pronti alle cinque: scarponi, indumenti in gore-tex, giaccone di piumino, guanti, passamontagna. Da ultimo, il fedele Browning BAR in calibro 270W completo di cannocchiale Redfield 3-9 x40 montato su attacchi omonimi, con quattro pillole Winchester “Silver Tip” da 130 grani nel caricatore, ma senza il colpo in canna, perché il fucile va sempre portato scarico.
Il piano era semplice. Ci saremmo separati, ciascuno con una guida, ed arrampicati su due versanti opposti verso la sommità sostando spesso per permettere alle guide di osservare minuziosamente i numerosi versanti esposti con i loro potenti binocoli Zeiss. In questo senso il lavoro della guida è davvero impagabile perché distinguere un animale così ben mimetizzato dalle rocce e dai cespugli
-il classico ago nel pagliaio- non è certo faccenda per creature "urbane" come me e il mio amico.
“L'unico cibo da portare con noi è la cioccolata in barrette morbide” disse Peter. Allorché poi le consumavamo, sia la carta esterna sia la stagnola erano dalle guide rigorosamente prelevate e riposte in appositi sacchetti da riportare a casa, per non contaminare le loro amate montagne.
In quanto all'acqua, non occorre portarne. Quando si è a bassa quota, c'è sempre una miriade di ruscelli e piccoli corsi d'acqua, nonché acqua che affiora dal sottosuolo ed emerge tra le crepe nelle rocce granitiche. Poi, salendo di quota? “Beh, c'è la neve”, sorrise convinto Peter.
Salire sul ripido pendio di una montagna per dieci ore al giorno, nonostante le soste, richiede uno sforzo fisico notevole, specialmente quando non si è abituati, e la cioccolata che avevamo con noi in buona quantità, si rivelò davvero il miglior cibo. La scalata ci portava sulla vetta (o quasi), là dove il branco si raggruppava, vi erano quindi solo un paio d'ore per eventualmente avvistare ed abbattere la preda, prima di dover riscendere ancora con la luce del sole. Scendere al buio è infatti pericolosissimo e le guide non lo avrebbero mai permesso.
Il branco dei Thar è di solito costituito da femmine, piccoli e adolescenti. Una volta avvistato, si scruta attentamente col binocolo per un raggio di qualche centinaio di metri attorno, dove quasi sempre ben mimetizzati ed impercettibili si troveranno i vecchi maschi, i veri trofei per i quali eravamo saliti fin lassù.
Quel primo giorno, nonostante l’impegno delle guide che instancabilmente scrutarono ogni valle, ogni roccia e ogni cespuglio che ci venne incontro, non trovammo assolutamente nulla.
Già pensavo alla lunga via del ritorno che, sebbene fosse ora in discesa, sarebbe stata lunga e riflettevo pure che era inevitabile che arrivassimo a buio, quando Philip mi disse: "Vieni! prendiamo l'autostrada…"
Ero stanchissimo e non mi andava di scherzare, feci una smorfia. Lui mi guardò sorridendo e disse: "Fidati, e.... seguimi!" e si incamminò verso un enorme e ripido "shingle scree” di ghiaia e terra friabile che percorreva l'intero pendio della montagna. "Làsciati trasportare. Inclina il corpo lateralmente, come se cadessi, e lascia che la terra ti frani sotto i piedi. Se perdi l'equilibrio, siediti e puntella i tacchi, ti fermerai subito; vedrai che arriveremo a valle in un batter d'occhio."
Così dicendo, si buttò giù non lasciandomi altra scelta che seguirlo. All'inizio ero un po’ maldestro, ma dopo qualche minuto cominciai addirittura a prenderci gusto, quello “slalom" sulla ghiaia era stata un'idea brillante e fu uno spasso scendere a valle. Dieci ore per salire e un quarto d'ora per scendere, non mi sembrava vero!
Vincent con Peter erano già arrivati, con sguardi inquisitori chiedemmo l’un l’altro.
"Niente…" fu la risposta.
"Qualche segno, qualcosa?"
"No… proprio niente, e voi?"
"Uguale... niente!"
“E che volete?” disse Vincent animandosi con uno scatto. "Non potevamo certo aspettarci che stessero tutti lì il primo giorno ad attendere la nostra visita! E sennò che gusto c’è? Un poco di lavoro ci vuole: altrimenti che caccia difficile sarebbe?"
Per Peter e Philip non vi era alcun dubbio che gli animali fossero tutt’ intorno a noi e già discutevano quale altra vetta e quali altri versanti ci avrebbero fatto scalare la mattina successiva.
L'enorme sforzo fisico della giornata mi aveva causato una stanchezza anche psichica, non riuscivo quasi a parlare ed anche pensare sembrava mi costasse fatica. L’ultima cosa che ricordo di quella prima sera è che, dopo avere a malapena mangiato qualcosa, mi infilai nel sacco a pelo e devo essermi immediatamente addormentato.
Svegliatomi al minimo rumore, fui il primo ad essere pronto. Mi sentivo rinfrescato e ottimista, uscii fuori dalla porta a finire la mia tazza di caffè nero e amaro, circondato dalle bianche cime che guardavano un cielo limpido e stellato, il tutto immerso nel più completo silenzio.
Dopo un reciproco "In bocca al lupo", Vincent ed io ci separammo avviandoci per i nostri rispettivi versanti da scalare per quel giorno.
Philip si arrampicava agilmente nonostante portasse uno zaino sulle spalle e nel vederlo così, mi resi conto che il mio problema del giorno precedente era stato proprio l’aver cercato di mantenere il suo passo per tenergli dietro più che potevo, ma chiaramente non ero fisicamente preparato per quel ritmo. Così decisi di arrampicarmi a modo mio, con un passo che fosse adatto a me: infatti, da quel giorno fui sì stanco, anche molto stanco, ma non più stremato!
Il secondo giorno fu una copia del primo, una gran fatica e nessun segno degli animali. E anche gli altri giorni che seguirono la stessa cosa, ci si arrampicava si scrutava sulle cime e giù per le vallate, ma..... niente!

(da una confidenza di Vincent Navanteri – SEGUE)

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