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Nel mirino del grillo
(lettera al padrone)


31/03/2010 - ore 18:20

Caro padrone mio,
lo so, lo so bene che ti manco e che pensi a me tutte le sere quando torni a casa, stanco dal lavoro. Soprattutto il venerdì sera –quando sei intento a preparare il fucile e gli attrezzi per la mattina dopo- ti ricordi che non ti potrò accompagnare nella macchia fitta, lungo le distese d’erba medica o tra i campi arati né sabato, né domenica e né mai più. Che ci vuoi fare? Eppure lo sapevi bene quando mi portasti a casa dal canile -quell’estate di tanti anni fa- che avevo poco più di un mese, e mi davi il latte col biberon e tutte quelle pappette col calcio per rinforzarmi le ossa e i denti. Quanta strada ti ho fatto poi fare appresso a me, sia col sole a picco d’agosto, sia con la tramontana di gennaio che ci sferzava su per le colline come due derelitti, a volte sudati altre volte fradici di pioggia, spesso infreddoliti ma mai domi, mai esausti, mai rassegnati, io e te insieme, sempre come se fosse la prima volta. Gli altri ti dicevano che ero diventato davvero bravo in tutto, cerca intelligente, ferma statuaria e riporto impeccabile! Infatti, solo fra le tue mani abbandonavo la preda che avevi abbattuto, mentre da tutti gli altri scappavo se volevano togliermela di bocca.. Allora tu mi facesti dormire in casa perché avevi paura che qualcuno, invidioso o malvagio, mi portasse lontano da te o mi facesse del male: quante volte hai discusso per me con tua moglie che però, in fondo, anche lei mi voleva bene. Anche lei ha pianto quel giorno e io me ne sono accorto…
Comunque, oggi ti ho voluto scrivere per dirti che la morte non è niente e io sto bene: sono solo scivolato nella buca profonda che avete preparato per me nel giardino di casa e da qui posso stare sempre vicino alla mia Famiglia, a chi si è preso tanta cura di me durante la malattia. Io sono sempre io e tu sei sempre tu; quello che eravamo l’uno per l’altro lo siamo ancora. Quando mi nomini chiamami col nomignolo che mi hai sempre dato e parlami nel modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce e non assumere quell’aria triste allorché mi rammenti ai tuoi compagni di battuta o quando la sera stai nel bar del paese, dove si parla solo di donne e di Caccia!
So che porti ancora un paio di mie fotografie nel portafogli e le vai mostrando in giro rammentando come, quando e dove sono state scattate, celebrando il lavoro fatto sulla tale brigata di starne in terreno libero all’apertura o sulla tal’altra beccaccia nel fitto impenetrabile del bosco quella mattina d’ottobre… Mi fa piacere che mi nomini spesso ma non essere triste, bensì continua a ridere di quello che ti faceva contento del mio operato quando eravamo insieme, sorridi e pensami!
Il mio nome ti sia sempre familiare come prima e pronuncialo senza la minima ombra o segno di tristezza. La vita è la stessa di prima e continua nonostante tutto: essa non si spezza. Che cos’è la morte se non un accidente trascurabile? Perché dovrei essere lontano dai tuoi pensieri solo perché sono fuori dalla tua vista? Sappi che anch’io ti penso sempre e ti aspetto; infatti non sono lontano ma solo dall’altra parte e guardo adesso il mondo da un punto di vista capovolto, ma il mio cuore ti aspetta dietro l’angolo, come era prima. Se mi vuoi bene, asciugati le lacrime e non piangere più: infatti, il tuo sorriso è la mia pace.
Pensa a rifarti un altro buon ausiliario e cerca di divertirti ancora a lungo vagando felice all’aria aperta come hai fatto con me, incurante del tempo e del clima, sempre pronto per nuove emozioni che saranno indimenticabili come quelle che abbiamo vissuto insieme. Grazie per tutto quello che mi hai dato e non ti preoccupare più: ora che ti ho potuto dire queste cose sto davvero bene così. Addio per sempre, amato padrone.

Grillo Saggio

(grillosaggio@iltiro.com)
Il "grillosaggio" spara RC