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IL CAMPO DELLE OLIMPIADI
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Nel mirino del grillo
(dedicato a Laura)


20/03/2006 - ore 20:07

Davanti al Campo Olimpionico, circondato da un muro massiccio protetto da cocci di bottiglia policromi cementati sulla sommità, si erge il guardiano del pesante cancello.
A questo guardiano si presenta una domenica mattina un giovane Tiratore col suo bel fucile aperto sulla spalla, chiedendo di entrare nel Campo.
Ma il guardiano dice che adesso non gli può concedere d’entrare.
Il giovane riflette, poi domanda se gli verrà dunque permesso di entrare più tardi.
“E’ possibile” dice il guardiano del cancello, “ma adesso no.”
Il giovane sa che la porta di accesso al Campo Olimpionico rimane aperta tutte le domeniche dall’alba al tramonto e sente gli spari cadenzati all’interno del comprensorio, ma non riesce da fuori a vedere nulla, nonostante cerchi di aggirare con gli occhi l’enorme mole del guardiano.
Questi allora ride e dice: “Se ti attira tanto cerca un po’ di entrare nonostante il mio divieto… Ma ricordati che io sono potente; e io sono soltanto l’ultimo dei guardiani del Campo delle Olimpiadi.
All’interno, davanti ad ogni impianto di tiro, c’è un guardiano, e ognuno è più potente dell’altro. Non so se ti convenga entrare per forza…”.
Simili difficoltà, il Tiratore non se l’era aspettate; eppure le Olimpiadi dovrebbero essere accessibili sempre a tutti i migliori, pensa. Ma osservando più da vicino il terribile guardiano del cancello decide che sarà meglio attendere che gli diano il permesso di entrare.
Il guardiano gli porge uno sgabello e permette che si segga al lato del cancello, in disparte, con il fucile sempre aperto sulle ginocchia. Venuta la sera, il Tiratore capisce che per oggi non se ne sarebbe fatto nulla, saluta il guardiano e se ne torna mesto a casa sua.
La domenica dopo, di buon mattino, il Tiratore torna al cancello del Campo Olimpionico e la scena si ripete esattamente come la volta precedente, fino a buio.
Sullo sgabello a lato del cancello, il Tiratore rimane seduto durante tutte le domeniche di mesi e anni. Fa numerosi tentativi per essere ammesso e stanca il guardiano con le sue suppliche.
Spesso il guardiano gli fa subire piccoli interrogatori, si informa su che fucile e quali cartucce da 24 grammi lui usi, la lunghezza e il peso delle canne, le strozzature, i particolari e le tante posizioni del calcio regolabile e gli pone domande su molte altre cose ancora; però sono poste con una sorta di indifferenza e signorile distacco. Alla fine però –mentre all’interno altri proseguono a sparare senza posa- gli ripete sempre che non può lasciarlo entrare ancora.
L’uomo, paziente, non conta più le sue domeniche sullo sgabello fuori del Campo e ogni tanto porta qualcosa al terribile guardiano per ingraziarselo. Costui accetta tutto, in verità, però tiene a precisare: “Io accetto soltanto perché tu non creda di aver trascurato qualcosa per essere ammesso alle Olimpiadi.”
Durante tutte queste domeniche, per anni e anni, l’uomo osserva il guardiano quasi ininterrottamente: egli dimentica gli altri guardiani e questo primo gli sembra essere l’unico ostacolo.
Maledice la malasorte, nei primi anni senza riguardo e a voce alta, più tardi invecchiando finisce soltanto per borbottare fra sé. Con il tempo, dopo tutte le domeniche trascorse in attesa di entrare, seduto ad osservare il guardiano, perde le forze e la vista si indebolisce: egli, ormai vecchio Tiratore, non sa se tutto si oscura intorno a lui o se sono soltanto gli occhi che lo ingannano.
Tuttavia, solo adesso ben riconosce nell’oscurità uno splendore vivido che scaturisce dall’interno, oltre il cancello. Si rende conto di essere prossimo alla fine e tutte le esperienze delle domeniche di tanti anni accumulatesi nella sua testa, fanno scaturire una domanda che fino ad oggi egli non ha mai posto al protervo guardiano.
Allora, essendo ormai debolissimo, gli fa un cenno con la mano e questi, maestoso e terribile, si china verso lo sgabello: “E che vuoi sapere di più? Ancora non ti basta?” domanda il guardiano.
“Tutti aspirano a sparare alle Olimpiadi” dice il Tiratore ormai allo stremo, “com’è dunque che nelle domeniche di tanti anni nessuno oltre a me abbia chiesto di entrare?”
Il guardiano capisce che l’uomo è alla fine e, per farsi sentire, si china ulteriormente fino all’orecchio sordo del Tiratore e ruggisce: “Qui nessun altro poteva entrare, poiché questo ingresso era destinato soltanto a te… Adesso lo chiudo e me ne vado.”

(liberamente ispirato a un racconto di F. Kafka)

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