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LA RASTRELLIERA
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Nel mirino del grillo
(ricordi, ricordi… forse rimpianti)


19/10/2006 - ore 22:14

Se la rastrelliera dell’antica armeria in centro a Brescia potesse parlare, quante storie ci potrebbe raccontare.
Nonostante le successive ristrutturazioni dei locali, essa è sempre stata salvata e riposizionata al suo vecchio posto. Quanti clienti ha visto passare in sessant’anni? Chi lo sa…
Come contarli? Ai tempi del nonno del titolare si vendevano quasi solo doppiette e canne da pesca.
La doppietta serviva sia per andare a caccia, sia per il Tiro al Piccione: armi solide, senza fronzoli inutili, elegantissime con calcio ed asta “all’inglese”; la loro modernità era data dal fatto che avessero i “cani” interni. Anche il leggendario "Auto5" della Browning aveva una sua nicchia di estimatori, tutti cacciatori di valle, gente che voleva fare i “tripletti” sulle anatre in botte oppure scaricare cinque cartuccioni di seguito sul branchetto di folaghe che si era posato nella tesa.
Certo, la rastrelliera ricorda bene quei padri di una volta che portavano il figliolo all’armeria dopo il diploma per regalargli il fatidico “primo fucile”. Solitamente il ragazzo avrebbe preferito un fucile automatico mentre il padre era disposto a spendere quasi in doppio per un’onesta doppietta o qualche modello di sovrapposto, che col tempo si veniva affermando, diffondendosi fra i tiratori e qualche raro cacciatore. Il fascino del “sovrapposto” di quei tempi era negli estrattori automatici che sembravano un miracolo della tecnica, mentre il punto debole per l’automatico consisteva nel fondato timore che si inceppasse dopo il primo colpo. Quante discussioni davanti alla rastrelliera se fosse meglio andare a caccia con un automatico Franchi 48 AL od un Breda “a mollone” con cinque colpi oppure con un sovrapposto Beretta S-55 b.v. (“b.v.” stava ad indicare un’altra svolta tecnica epocale: la bindella ventilata!).
Col trascorrere del tempo, quasi nessuno dei clienti chiedeva più una doppietta e gli automatici (soprattutto dopo l’avvento del rivoluzionario “Benelli” a sistema inerziale) sembrava non si inceppassero più, ma erano stati comunque forzosamente ridotti a “tre colpi”.
Gli automatici erano inizialmente spartani, col castello nero lucido oppure opaco “a buccia d’arancia”, così si vedevano meno anche gli inevitabili graffi. Mentre la produzione dei sovrapposti manteneva sempre una veste più raffinata, con lievi incisioni sulla bascula: niente di che, qualche ghirigoro sulla finitura argento vecchio, ma erano comunque tutta un’altra cosa.
Poi vennero gli “anni di piombo” (non quello delle cartucce…) che hanno segnato profondamente il nostro Paese e le coscienze dei cittadini onesti. A seguito delle solerti restrizioni legislative in materia di acquisto, detenzione, porto, utilizzo, spedizione di armi e munizioni, il primo settore che andò in crisi fu proprio quello di noi appassionati di caccia e tiro!
I terroristi e i delinquenti continuarono (come continuano tuttora…) a non avere problemi, in quanto loro i fucili, le pistole e le cartucce per le loro imprese non le compravano certo in armeria. La vita venne resa, ancora una volta, difficile ai cittadini onesti, al popolo pagante, a quelli che –con la loro sana passione- trainavano un settore importantissimo per l’economia nazionale e, in particolare, per talune zone. Ma tant’è: le cose andarono così e la morale della favola del “Lupo e l’Agnello” è sempre valida!
Col tempo, la situazione degli addetti al settore si assestò su livelli di sopravvivenza e, per qualcuno, anche di prosperità. Nella rastrelliera ricomparvero vecchie doppiette, schifate anni addietro e poi ricercate da quegli stessi che le avevano date indietro -alla pari- per un automatico…
Si ricercava finanche la doppietta Bernardelli “Roma 6” come quella che aveva il povero papà (pace all’anima sua…) e ci faceva tiri mirabolanti di seconda canna sui colombacci dal palco in Maremma!
L’inutilità del fucile automatico a caccia (ed ancor più in Pedana) venne infine compresa dalla “massa” che tornò ad apprezzare i fucili a due colpi, soprattutto i sovrapposti. Tuttavia, il divario di prezzo (sempre esistito) a favore dell’automatico e gli accorgimenti dei produttori che cominciarono a vestire l’attrezzo “a festa” (riporti in oro sul castello, incisioni a macchina che sembrano fatte a mano, legni di noce scelta turca importati dalla provincia di Viterbo ed altre amenità) consentono tuttora al fucile automatico una diffusione globale fra i cacciatori e qualche “aspirante tiratore” lo utilizza anche per cimentarsi in pedana (soprattutto nel “Percorso di caccia”), col plauso degli altri praticanti che ad ogni piattello si sentono arrivare i bossoli sui piedi!
Oggi, nonostante l’avvento dei fucili con le calciature sintetiche (detti “gommoni”) e gli “extra-ultra-super-magnum” che sparano oltre 60 grammi di piombo non si sa bene a cosa, la rastrelliera ha notato un ritorno all’antico, una voglia di cose semplici, un rincorrere i ricordi e, forse, la gioventù da parte di tanti frequentatori dell’armeria.
Qualcuno ricerca una doppietta “fine”, inglese o belga, per utilizzarla a caccia in riserva: l’importante è che abbia la sua valigetta in legno o pelle originale, con le cinghiette e la bacchetta di pulizia con gli scovoli dell’epoca (cosa c'entri questo con lo sparare ai polli variopinti detti “fagiani” rimarrà sempre un mistero).
Qualcun altro vorrebbe un Beretta SO-3, ma che sia un “EELL”, sennò non se ne fa niente. Il Tiratore cinquantenne un pò snob rincorre il sogno della sua vita: un sovrapposto SO-4 con le canne da 75 cm. che pesino almeno un chilo e 570 grammi, ma che abbia “sparato poco” e “non sia stato rimaneggiato” (in pratica, come cercare una vergine in un casino…).
La vetusta rastrelliera ricorda uno ad uno le centinaia di fucili che ha ospitato: li ha visti arrivare dalla fabbrica nuovi fiammanti col cartellino della garanzia legato col bollino al ponticello del grilletto, li ha visti portare via da clienti raggianti e tornare tempo dopo per poi nuovamente ripartire nelle mani di altri “amatori” che non se ne sarebbero separati mai più (almeno, così giuravano sul momento!)
Ma sono tornati anche loro, dopo qualche anno, a rivendere l’attrezzo. Talvolta torna anche qualche erede per liberarsi del “catenaccione” del congiunto scomparso e magari lascia con disinvoltura in rastrelliera –per poche centinaia di euro- un gioiello, un pezzo di cuore di chi non c’è più, un oggetto che tante emozioni aveva destato in chi finalmente era riuscito a permetterselo ed aveva raccomandato –andandosene- di mantenerlo per suo ricordo. Ma la vita è così: quello che vale per uno non conta per l’altro, ciò che è ambito oggi domani non serve più a nulla e per tutti la notte segue, ansimando nera.

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Il "grillosaggio" spara RC