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UN INCONTRO INASPETTATO
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Nel mirino del grillo
(fotografie d’inverno)


25/10/2006 - ore 22:13

Giunti nella sconfinata riserva di Anghiari in provincia di Arezzo, una gelida mattina di dicembre, la tramontana ci sferzava sulle mani e sul viso senza pietà. La brigata si era separata arrivando e io col vecchio avevamo iniziato a cacciare da soli , condotti dal “guardia” –tipo ciarliero e furbo- che ci aveva messo a disposizione un canetto di razza indefinibile, ma che scovava i fagiani anche nel più impenetrabile ammasso di rovi.
L’automatico in cal. 20 che mi teneva compagnia quel giorno mi regalò un paio di fagiane che non erano ancora le nove del mattino, ma forse a causa della bassissima temperatura non ricaricava le cartuccette che usavo di solito, con 25 grammi di piombo del n. 8. Scovai però nella cartucciera delle nere “WAIDMANNSHEIL” della tedesca “Rottweil” con piombo n. 5 e decisi di usare quelle per il resto della cacciata, almeno così non avrei avuto altre sorprese.
Il terreno era gelato e a metà mattina splendeva a tratti un sole velato che non riusciva né a scaldarmi, né a sciogliere la brina a terra. Il “guardia”, col pretesto di andare a “starnare” le mie due fagiane ed il maschio nel frattempo abbattuto dal vecchio, ci lasciò finalmente soli a proseguire nella battuta ed il cagnolo sembrava lavorare anche meglio, senza il padrone. Non era certo un “puntatore”, ma come “scaccino” era fenomenale: passava come un treno dappertutto e non si allontanava mai oltre il tiro utile. Quello che c’era frullava e se non frullava, noi tutti si proseguiva arrancando sui costoni impervi in cerca di altro.
Certo era una caccia affidata un pò al caso, ma per fortuna la riserva non era un pollaio ed i selvatici, sia pure facili come tiro, bisognava ben faticare per farli alzare. Spesso qualcuno andava via di pedina e il nostro ausiliario non era in grado di seguirli oppure il fagiano restava appiattito nel folto e noi si andava oltre come se non ci fosse stato nulla.
Intorno alle undici successive, presi anch’io un maschio, fulminato al primo colpo mentre saliva “a candela” dal centro di un’enorme spinaia e che andò a cadere poco lontano dal punto di uscita: fu una vera impresa recuperarlo e fu dopo questo che decisi che mi ero stancato abbastanza. Feci cenno al vecchio che per me era sufficiente e me ne volevo tornare alla Casa di Caccia; tuttavia ci eravamo effettivamente allontanati alcuni chilometri, avendo proceduto in linea retta e mai girando in tondo. Esausto e per di più col fagiano appeso al lato della cintola, ultimai col respiro grosso la salita di un campo scosceso e giunsi sulla sommità di una collinetta il cui versante opposto iniziava subito a scendere verso la vallata e mi fermai. Un panorama stupendo mi si offrì all’improvviso sull’altura e potevo arrivare a vedere colline come elefanti grigi mollemente adagiati, fin dove la foschia me lo consentiva. Il vento soffiava senza intralci in quel punto, privo di vegetazione: solo ramificati tralci di rovi camminavano a terra per metri e metri come concertine di filo spinato luccicanti di brina. Restai così finchè il cane mi raggiunse: il vecchio si era seduto su una pietra qualche centinaio di metri più in basso, coperto alla vista, e io ero solo.
L’ausiliario cercava con zelo residuo e correva in tondo davanti a me, ma io non gli badavo quasi più; nondimeno, come se avesse “nasato” qualcosa, fece una serie di giravolte euforiche fra i bassi spini e poi corse via da dove era venuto. Non mi risolvevo però a muovermi: ero come paralizzato, sia per il freddo, sia perchè era come se aspettassi qualcosa. Tenevo il fucile, senza cinghia di trasporto, con la mano destra all’impugnatura e la canna rovesciata sulla spalla guardando fisso davanti a me: mi metteva pensiero fare qualsiasi movimento. In quella, a non più di dieci metri davanti -proprio nel punto in cui stavo guardando- dal silenzio più assoluto schizzò via una lepre che sembrava un capretto e con due balzi fu a tiro giusto. Imbracciare e sparare fu tutt’uno: la lepre fece una secca capriola e rimase immobile, col bianco ventre all’aria e il vento che le faceva ondeggiare il pelo. Non mi ero mosso e non so dire per quanto tempo assaporai la scena, senza testimoni e senza importuni vocianti, né cani.
La lepre non si mosse mai più: potei poi osservare che era stata raggiunta dalla fucilata alla nuca a neanche venti passi e fulminata. Restammo così per un lungo istante: la lepre a terra sferzata dalla tramontana, io nel punto in cui avevo sparato, l’automatico che aveva ricaricato perfettamente e il bossolo nero, che raccolsi.
La lepre fu poi donata al più illustre “ospite” della brigata a fine cacciata ed il “guardia” ricevette una mancia sostanziosa, in quanto ci tenne a farmi notare che noi eravamo lì per i fagiani e non avremmo dovuto sparare alle lepri che oltretutto, a suo dire, erano diventate rarissime nella riserva.
Quel giorno portai a casa il bossolo nero della “Waidmannsheil” per ricordo, schifando i fagiani.

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