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MANUTENZIONI PERIODICHE
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Nel mirino del grillo
(i fucili hanno un’anima?)


22/07/2007 - ore 12:38

Almeno una volta l’anno, in coincidenza con le ferie estive, sarà bene tirare giù dal soppalco le valigette ed i foderi con i fucili, per procedere ad una manutenzione periodica anche di quelli che non usiamo più o quasi mai.
Quest’operazione –che potrebbe sembrare sbrigativa e di poco conto- finisce, in realtà per occupare una mattinata (per questo è bene essere in ferie…), gravida di ricordi, sensazioni, gioie ma anche tristezze, con lampi di memoria che scoccano improvvisi e ci riportano alla mente, nitidi e freschi, episodi e realtà che si credeva aver rimosso per sempre.
Ad esempio, la doppietta di fabbricazione artigianale a “cani esterni” che fu del nonno, con canne damascate e lunghissime, affogate nel grasso ed avvolte in carta cosiddetta “da forno”, inusata da almeno quarant’anni e di cui non si è mai riusciti a sapere neanche da chi e dove fosse stata fabbricata. Chissà quante cose avrebbe da raccontare…
Il sovrapposto “Alcione” (“Luigi Franchi – S.p.A.: di quando Franchi era “La FRANCHI” e non una “sottomarca del Gigante”, come adesso), bigrillo, con le classiche canne da cm. 71 e le strozzature punzonate sul vivo di culatta in decimi di mm., che bisognava fare la sottrazione da 18.4 per sapere l’entità del restringimento. Magari si tratta del fucile con cui abbiamo sparato il nostro primo colpo da ragazzi, ancora con i calzoni corti, e il povero papà –nel farcene dono da adulti- si era raccomandato di mantenerlo per suo ricordo! Anch’esso tenuto “in bagno di grasso” e carta unta, giace inutilizzato nel suo fodero “a prosciutto” di tela da almeno vent’anni; basta verificare che le parti siano tutte lubrificate, dargli una passata con un pennellino dedicato a queste faccende e poi metterlo via. Certo, a vederlo ora così con i suoi legni “standard”, il mirino metallico piccolissimo e le magliette per la cinghia di trasporto, ci pare un fuciletto qualsiasi… se non fosse per la stupenda brunitura originale blu-notte ancora lucida. Eppure, da ragazzi, ci sembrava bellissimo e pensavamo che difficilmente avremmo avuto di meglio… Sarà bene rimetterlo a dormire.
Poi c’è l’automatico da caccia, regalatoci per il diploma in occasione della prima, agognata “licenza”… Potrebbe essere un “Benelli” o un “Beretta”, come si direbbe adesso; e invece no! E’ uno stupendo “Auto5” della Browning a lungo rinculo, con canna da 70 cm. e strozzatura massima, col quale abbiamo fatto tiri da paura, staccando tortore che volavano “alle stelle” con semplici cartucce “tipo1” da 33 grammi di piombo del n. 9.
A ripensarci oggi, nell’era delle “tipo4” per sparare 24 grammi al piattello, sembra incredibile; eppure quei tiri “miracolosi” tornano freschi ricordi, vividi nella memoria e ci dispiace solo che i testimoni dell’epoca non ci siano più od abbiano smesso di andare a caccia. Un bella pennellata anche a lui e di nuovo a dormire, nella quiete del soppalco.
In queste operazioni è bene iniziare sempre dai fucili più vecchi sia per rispetto, sia perché gli altri –i “giovani attrezzi” che usiamo correntemente tutte le domeniche- li vediamo spesso ed hanno meno cose da raccontarci, mentre verifichiamo il loro stato e li lustriamo amorevolmente.
I “nuovi” poi, benché costati una fortuna, come tutti i giovani –si sa- sono “rampanti”: sicuri delle loro prestazioni e meno inclini a riflettere. Brillano di luce propria, nelle loro belle incisioni del tale o talaltro “Maestro” gardonese, col colore caldo dei legni e le venature ben distribuite e armoniche, gli zigrini fatti a mano, le chiavi traforate e le inutili corone in oro riportate sulle medesime. Il fatto che pure il metallo dello sgancio dell’asta sia finemente inciso non mitiga la loro protervia e nulla aggiunge alle modeste prestazioni in pedana fornite in mano nostra.
Apro l’ennesima valigetta e penso che questo Perazzi “MX8” del 1974 lo si potrebbe pure vendere… Quanto tempo è che non lo adoperiamo? Anni e anni! E allora?
Certo, la bascula “tartarugata”, appena un po’ sbiadita sugli spigoli vivi, il “rigatino” orizzontale delle venature del calcio (di nessuna bellezza, ma di pari rinculo allo sparo), l’asta “a coda di castoro” anch’essa originale come uscì dalla fabbrica e senza un graffio, le canne punzonate “Acciaio Special” da cm. 76 e pesanti un chilo e 600 grammi con strozzature ** e * stella, la bindella col “mezzo saltino”, mantengono inalterato tutto il loro fascino. Allora, i ricordi –ormai datati- di alcuni bei “25” in pedana alla Fossa riaffiorano prepotenti come boe sommerse a cui sia stata tagliata la cima, unitamente al fatto che tale fucile mi ha accompagnato e sostenuto -nel periodo iniziale- anche nel cambio di disciplina, avendolo più volte utilizzato all’Elica con discreto successo…
Chissà, per come è tenuto, oggi potrebbe valere anche 3.000 Euro: quasi quasi lo inserziono sul “Mercatino” del sito e vediamo se interessa a qualcuno.
Mentre procedo alla pulizia delle canne e sviluppo queste riflessioni -complici le canne lunghe e la bacchetta di pulizia ormai tarata su fucili più corti- lo spigolo tagliente dell’estrattore mi incide a fondo la falange dell’indice: il sangue prontamente schizza sui fogli di giornale con cui è stato apparecchiato il tavolo e si mischia all’olio sporco che è fuoruscito dalle canne scovolate. Sembra strano, ma per un po’ faccio fatica a fermare il flusso, imprecando a bassa voce per non allarmare nessuno in casa. Alla fine, disinfettata la parte, applico sul centimetro di ferita un bel cerotto a stagnare il tutto e riprendo la faccenda, mentre l’ “MX8” mi guarda.
“Perché mi hai graffiato?” gli chiedo.
“Come…? Dopo tutto quello che ho fatto per te, mi vuoi pure vendere, così senza un motivo… E non hai neppure bisogno di soldi… Ingrato!” risponde stizzito.
“Ah, ma allora lo hai fatto apposta? Mascalzone…”
Il fucile ora tace, non conferma e non smentisce, ma sa che ho capito e quasi mi sorride… Adesso si lascia fare tutto e, da ultimo, riporre nella sua valigetta verde con gli spigoli, i riporti e la maniglia in cuoio.
Tornerà, fino all’anno prossimo, a dormire tranquillo nel soppalco: anche se non lo porto più in pedana, il mascalzone sa che non lo cederò mai.

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