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UN AMICO PER LA CACCIA
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Nel mirino del grillo
(mai dimenticare gli Amici, soprattutto quando non ci sono più…)


01/11/2007 - ore 11:39

Un sabato sera d’autunno, verso l’ora di chiusura, mio padre passò dal fornaio vicino casa per comprare gli ultimi quattro panini rimasti, che ci sarebbero serviti l’indomani mattina per colazione e scoprì che il dipendente dietro al banco – di nome Franco- era pure lui cacciatore.
Dopo i convenevoli di rito, non avendo una meta precisa e neanche un cane, si accordarono per andare a tordi insieme l’indomani mattina.
Franco era da tempo alle dipendenze del nostro fornaio, ma mai avevamo sospettato che fosse cacciatore. Abitava con la famiglia nel quartiere, in un casamento popolare composto da più edifici simili e del medesimo colore detti “I Palazzoni”. Sempre educato per mestiere e rispettosissimo con mio padre (che aveva almeno vent’anni più di lui), mi era stato simpatico già da prima di conoscere la sua passione.
La domenica mattina passammo a prendere Franco con la macchina sotto casa che era ancora buio pesto. Questi si presentò col fucile nel fodero e tante buste e carabattole da riempire il cofano.
Partimmo verso una destinazione a noi ignota, euforici per il solo fatto che la sottile tramontana ci faceva presagire una buona giornata per il passo e dopo più di un’ora di strada, dopo aver lasciato la Statale, ci inerpicammo per vie di campagna fino a giungere in una breve spianata a mezza costa, tra due appezzamenti di olivi. Non c’era nessuno oltre a noi e dopo aver bevuto un cappuccino dolce e bollente che Franco aveva portato nel suo thermos con tanto di bicchieri, ci piazzammo senza ulteriore indugio alle rispettive poste, dietro una siepe di rovi più alta di noi che delimitava la spianata, in attesa dello “spollo” ormai imminente.
Il mio problema era di non avere tra le mani il fucile, né le cartucce in tasca… In verità non avevo neanche la licenza di Caccia, né avevo tradotto la versione di greco che il Professore avrebbe preteso di vedere sul mio quaderno l’indomani mattina!
Insomma ero lì, di domenica ancora a buio in un luogo a me sconosciuto, sferzato dalla tramontana come un “bischero” dietro una spinaia umida con le mani in tasca e il naso all’insù, accanto al garzone del fornaio ed ero felice… Certamente più di tanti miei compagni di classe che ancora dormivano dentro i loro letti caldi e si sarebbero svegliati alle 10.00 per andare a Messa con la nonna!
Franco sfoderò un temibile automatico “Breda” cal. 12 con la prolunga del serbatoio a sette colpi e lo strozzatore in cima alla canna lungo un palmo… E chi l’aveva mai vista una macchina da guerra del genere? Ne rimasi affascinato e mi piaceva soprattutto il secco rumore metallico dell’otturatore quando metteva la cartuccia in canna (papà aveva un sovrapposto “Alcione”). Cartucce ovviamente di cartone col piombo del n. 9 e dell’11, nei bossoli dei colori più svariati ma con le quali Franco faceva dei tiri lunghissimi nel “lusco e brusco” e io non facevo altro che correre da una parte all’altra per cercare di raccogliere i tordi, sempre seguendo le sue indicazioni. Per parte mia ero talmente eccitato che non avrei trovato un bisonte morto stecchito sotto un olivo!
A metà mattinata, mio padre si avvicinò con un paio di tordi appesi al lacciolo e, con la scusa che era già passata l’ora di fare colazione, si mise seduto su una grossa pietra accanto a noi e faceva andare il richiamo a mano (un pezzetto di legno quadro con una vite stridente nel mezzo e un anello per girare la vite). Quella mattina i tordi non smisero mai di passare sopra le nostre teste, andavano, venivano, tornavano, giravano a coppie, si buttavano sugli olivi insomma “traccheggiavano”, come si diceva all’epoca.
Mio padre aveva addirittura appoggiato il fucile alla spinaia; la sigaretta tra le labbra, badava soltanto a tormentare la vite del richiamo. Franco sparava come un diavolo a piccoli puntini neri che transitavano ad un tiro e mezzo di distanza (facendo pure qualche “coppiola”) e io correvo felice a raccogliere tordi e storni di qua e di là, nel pieno sole d’autunno, sudato per lo sforzo e senza mai più pensare alla mia versione dal greco, né ad altre cose che possano turbare un momento di gioia pura.
Franco aveva finito le cartucce e papà gliene diede delle sue pur di vederlo continuare a sparare a volo in quel modo. Restammo lì fino quasi ad ora di pranzo, anche se da ultimo passava solo qualche fringuello. In un momento in cui papà si era nuovamente allontanato, Franco mi fece sparare col suo “Breda” a un uccelletto che se andò via meglio di prima. Sempre di nascosto, mi diede una sigaretta senza filtro (che lui chiamava “Sportazioni”) e me l’accese. Aspirai con voluttà: non mi procurò alcun fastidio e non mi sembrò neanche forte. Ero assolutamente felice!
Mentre stavamo così, nella chiusa a pieno sole nel verde di mezza costa -a terra sotto un olivo il gran mazzo di uccelli appesi ai laccioli- il vento ci scompigliava i capelli e disperdeva le volute del nostro fumo trasportando in un attimo lontano il nostro respiro, la nostra gioia, le aspirazioni, i desideri, i sogni, i timori, le ansie e noi stessi, con la medesima rapidità con cui la vita è poi trascorsa.

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Il "grillosaggio" spara RC