| ILTIRO.COM | Il portale del tiro a volo
Work On Web - realizzazione siti internet


SIETE SU UNA VERSIONE NON PIU' AGGIORNATA DEL SITO

Per andare al nuovo sito visitate la pagina
WWW.ILTIRO.COM

CLICCARE QUI


 INDIETRO 
MEMORIE
Stampa questa pagina
Nel mirino del grillo
(i ricordi sono corni di caccia il cui suono non muore nel vento)


01/12/2007 - ore 22:42

Quando eravamo poveri e forse più felici con meno, chi andava a caccia aveva un solo fucile per tutti gli usi e le cartucce di cartone costavano cinquanta lire l’una. Meno male che la doppietta non aveva gli estrattori automatici, così i bossoli si mettevano direttamente in tasca e si portavano a casa per ricaricarli. Si sparava a tiro e si cercava anche per mezz’ora un tordo caduto tra gli spini pur di farlo allo spiedo. Le tute in “gore-tex” non esistevano, ma c’erano però i mutandoni di lana color carne sotto i calzoni ruvidi di fustagno e la giubba di velluto marrone per salvarsi dalla tramontana gelida delle giornate di passo.
Si partiva ancora a buio con la macchina di qualche fortunato e si faceva la colletta per la benzina oppure si andava in treno, vestiti pesanti e col fucile in spalla: bastava tenerlo scarico e aperto e nessuno nello scompartimento aveva niente da dire che si andasse in giro armati.
“Cacciatori….” mormorava la gente mattiniera che andava al lavoro lontano a mezzo dello stesso treno e nient’altro.
Nel tascapane c’era il coltello e la busta per la cicoria, la colazione incartata con la carta oleata, una sciarpa, il berretto e la civetta fatta di cartone pressato e stracci da issare sopra una canna che si sarebbe reperita sul posto di caccia.
Posti buoni ce ne n’erano un po’ dovunque anche a poche centinaia di metri dalla stazione d’arrivo e bastava poco per piazzare la civetta dagli occhi di bottone lucenti e richiamare le allodole col fischietto, stando fermi anche allo scoperto. Se la giornata era fortunata non pioveva ed il freddo, verso le nove del mattino, si trasformava in tepore autunnale. Si faceva allora colazione, sempre tenendo il fucile con una mano e guardando per aria in attesa. Al richiamo venivano anche pispole ed altri uccelletti grassi e saporiti che spesso non valevano la botta oppure se la portavano via indenni, regalando clamorose “padelle” sopra la testa!
All’epoca si aveva poco e ci si accontentava, senza fuoristrada, richiami elettronici a quattro altoparlanti o frigobar col pranzo al seguito. Certe volte si camminava tanto con gli stivali “Superga” infangati fino a mezzo polpaccio e le poche munizioni quante ne conteneva la cartucciera, col viso arrossato e le mani gelate, ma di animali ce n’erano quanti ne volevate, a pochi chilometri da casa, senza bisogno di andare in Crimea, che poi non sapevamo neanche dove fosse.
Si andava così, all’alba incontro al sole, animati da tanta passione e senza sentire la fatica, da soli o in brigata, senza tesserini né zone di confine, alla ventura, in cerca di fringuelli sperando di trovare tordi, a passeri vicino ai fienili dei casolari abbandonati, a tortore all’apertura, a quaglie senza cani nella certezza di involarle dalle stoppie coi piedi.
Le cartucce si facevano anche in casa riutilizzando i bossoli “tipo1” già sparati dopo averli “ricalibrati” con un apposito attrezzo (una colonnina di metallo col tappo amovibile) e il martello. Senza la minima conoscenza di balistica cinegetica, né di “V-0” , tempo di canna od altro del genere, si cambiava l’innesco (la mitica capsula 6.45 a tre fori…) e poi si pesava per ogni cartuccia la polvere (per lo più un’economica nitrocotone fumosa e igroscopica come una spugna), si metteva il cartoncino bianco col calcone e –secondo le istruzioni scritte in piccolo sulla lattina, che dicevano di porre il dischetto bianco “a sicuro contatto” della polvere- gli si dava una bella martellata che giovava molto sia alla portata del piombo che al rinculo! Poi si riempiva il bossolo col “borraggio chimico” (una miscela appiccicosa di sughero tritato e crusca detta “semola”) e sempre col calcone (che aveva un segno di matita al punto giusto) si pigiava un altro cartoncino fino a lasciare lo spazio per il piombo e l’orlatura. I pallini erano del n.10, detto appunto “tutta caccia”, e la carica era convenzionalmente di 32 grammi, ma si andava a “misurino” per risparmiare tempo. La cosa più difficile era la bordatura con l’orlatrice manuale con la quale –una volta inserita la cartuccia in orizzontale- bisognava girare la manovella con la mano destra e spingere gradualmente con la sinistra dalla parte del fondello per agevolare l’arrotolamento dei 6 mm. circa di bossolo residuo. Succedeva spesso che sia per la foga di smanettare, sia perché il cartone in punta era già sfibrato dal precedente utilizzo, venisse fuori un aborto di orlatura, più schiacciata che arrotolata…. Ma tant’è: sparando “a tiro” gli animali venivano giù lo stesso e si controllava solamente che non facessero sangue e non cadessero vivi, il che avrebbe significato che la cartuccia non era “indovinata”.
Tutte le conoscenze tecniche dell’epoca ci consentivano di suddividere le cartucce in base al clima o, meglio, ai venti: “scirocco” e “tramontana”. Le prime andavano bene col caldo umido, la pioggia e il tempo “fermo”, le altre col freddo pungente e la brina a terra o il vento gelido.
Ricordo che si sparava poco non perché scarseggiasse la selvaggina, ma perché finivano le cartucce.
Si andava però vagando di buon passo per le stoppie o i campi arati, si attraversavano macchie intricate e si aggiravano ammassi enormi di rovi da cui si involavano chioccando merli maschi dal becco arancione senza bisogno del cane; si era sorvolati da “punte” di allodole incuriosite mentre ci si spostava da una zona all’altra con in mano la civetta in cima alla canna. Allora la si lasciava rapidamente cadere per poter sparare e fare una coppiola!
All’epoca gli “automatici” avevano 5 colpi, ma si inceppavano spesso e non erano considerati perciò sicuri: attrezzi a lungo rinculo detti “col mollone”, guardati con diffidenza dai Cacciatori anziani che vantavano una vita di licenze con la medesima doppietta “Krupp-Essen Tre Anelli”. Poi gli automatici avevano una sola canna, una sola strozzatura, un rinculo fastidioso (quando sparavano e riarmavano, si diceva che “scatorciavano”) e un solo grilletto: l’obbligo di sparare per prima la cartuccia che era in canna senza poter scegliere la “destra” o la “sinistra” non li ha mai fatti tenere in seria considerazione dai “lepraioli”, che al termine delle consuete discussioni venatorie sentenziavano nella bottega del paese: “Una botta, un lepre; due botte, forse; tre botte, una ceppa di c....!”
Ho cercato tante volte di raccontare –con parole semplici- queste cose a mio nipote bambino, quando la sera siamo insieme sul divano, davanti alla televisione che ci propina con indifferenza lacrime, sangue, stupri, attentati, bombardamenti, le crudeltà del mondo e gli orrori della porta accanto…
Lui ascolta, accoccolato sotto al mio braccio e sorride beato. Una volta ha replicato: “La maestra ha detto che chi spara agli uccellini è un assassino…” e poi si è addormentato.

grillosaggio@iltiro.com
Il "grillosaggio" spara RC