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Nel mirino del grillo
(la vigilia dell'apertura)


28/02/2009 - ore 18:24

“Hai preparato i fucili per domani?” chiese il vecchio a bassa voce, anzi con un filo di voce, come se temesse di infastidire qualcuno.
“Sì... sì” gli risposi, piano anch'io.
“E allora dove hai deciso che andiamo?”
“Pensavo, se per te va bene, al solito posto delle altre aperture... Sulla spianata del Colle delle Ginestre, sulle stoppie tra la macchia e la vigna. Ho incaricato Giuliano di fare un paio di capanni di frasche anche per noi...”
“Ma, in questi giorni è piovuto?”
“No, per fortuna no. E' asciutto, si cammina bene e dicono che sia pieno di tortore!”
“Speriamo bene...” sospirò il vecchio.
“Ma certo che andrà tutto bene! Sono più di vent'anni che facciamo l'apertura della caccia lì e di tortore ne abbiamo sempre prese da riempire uno spiedo di quelli lunghi.”
“Già...” fece lui, assorto in ricordi lontani e sorrise.
Contento di vederlo più disteso, lo misi al corrente dei preparativi che gli amici di sempre avevano fatto per il suo ritorno l'indomani e di come avevo pensato di accompagnarlo in macchina -prima dell'alba- sulla sommità del Colle delle Ginestre, facendo il giro lungo, anziché costringerlo a salire a piedi per alcune centinaia di metri la ripida costa dietro la casa dello zio, come avevamo fatto insieme tante volte. Parve contento di questo e anche del fatto che i capanni fossero assai vicini, in maniera che -per qualsiasi cosa, ma soprattutto per raccogliere gli animali abbattuti- sarei stato a pochi metri e avrei corso io, come facevo quando avevo i calzoni corti e lui mi aveva sempre portato con sé nei torridi pomeriggi di fine-agosto sulla collina.
“Peccato che non ci sia più lo zio...” disse a un tratto, girando il viso dall'altra parte.
“Eh già...” risposi. “Prima era tutta un'altra cosa: l'arrosto almeno era assicurato”.
Infatti lo zio si appostava, con comodo a giorno inoltrato, dentro un capanno di poche frasche sotto un giovane pino al limitare della macchia e aveva l'abilità di “rucolare” alle tortore a bocca (senza richiami di sorta). Gli uccelli gli si venivano a posare a pochi metri sull'alberello e allora lui li fulminava con una doppietta cal. 20 a cani esterni e delle cartucce di cartone ricaricate in casa, rifilate al bordo e con pochi grammi di piombo n.10.
“Ti ricordi quell'anno, che a noi ci sembrava di essere stati tanto bravi perché a volo ne avevamo fatte una decina e lui, da solo, ne riportò a casa 21?” chiesi ridendo.
Anche il vecchio sorrise e guardandomi fisso disse: “Anche tu spari bene a volo. Se solo riuscissi a essere un po' più calmo quando vedi l'animale e non farti prendere dalla fretta, a caccia saresti un campione...”
“Ma questo succedeva tanto tempo fà” risposi quasi seccato. “E' una vita che mi dici le stesse cose; ormai credo di cavarmela bene anch'io!”
“Sì, scusa, hai ragione. Lo so che adesso spari bene pure al Piccione e le foto delle tue vittorie stanno spesso sulle riviste di Tiro a Volo... Ma potresti fare meglio se riuscissi a dominarti. Ricordati sempre di essere umile: non montarti mai la testa.”
“E' vero, scusami tu...”. Ero dispiaciuto per avergli dato quella risposta quasi sgarbata e gli strinsi forte la mano. Lui sorrise con una smorfia ironica, come sempre faceva quando era contento perché gli si riconosceva la ragione.
La porta della stanza in penombra si aprì rumorosamente, facendomi sobbalzare. Entrò un infermiere visibilmente contrariato. Mi guardò e fece: “L'orario delle visite è finito da un pezzo. Il primario non vuole che i visitatori si trattengano nelle stanze: gli ammalati devono riposare...”
Non sapevo cosa dire e così non dissi nulla. Mi limitai a stringermi nelle spalle e stetti in silenzio in un angolo della cameretta.
“Adesso cambio la flebo al paziente e poi lei viene via con me...” disse, come se il primario fosse lui.
“Perché? Non sono arrivato da tanto...”
“Mi dispiace! Poteva venire nell'orario consentito. Adesso non è possibile trattenersi oltre. Lei sta disturbando un paziente e, se insiste, sarò costretto a riferirlo alla caposala.”
Forse aveva ragione lui e non aggiunsi altro. Il vecchio mi guardò e mi fece cenno di lasciar perdere.
Allora mi chinai sul letto, gli diedi un bacio e lui, sempre con un filo di voce, disse:” In bocca al lupo per domani!”
L'infermiere aveva finito quello che doveva fare, uscì e io mi avviai appresso a lui. Sulla porta salutai con la mano il vecchio, che mi sorrise ancora, come se tutto fosse nella normalità e come sempre sarebbe stato alla vigilia delle nostre aperture di Caccia. Ero contento di essere riuscito a fargli visita, nonostante fossi stato trattenuto più del solito al lavoro e, soprattutto, per averlo trovato sereno.
Quella sera fu l'ultima volta che parlai con mio padre.

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