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 INDIETRO 
IL FUCILE DEL MAGO
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Nel mirino del grillo
(chi vince non prende nulla…)


29/11/2006 - ore 19:58

Benché sui Campi non sia abituato a fissarmi sui fucili degli altri tiratori, né mi interessi più di tanto la bellezza delle venature degli altrui legni o la lunghezza delle canne non mie, tuttavia una volta –oltre dieci anni orsono- fui sorpreso dalla sobria eleganza di un attrezzo nelle mani di un praticante sconosciuto, in occasione della finale del Campionato mondiale di Elica, che quell’anno si disputò –come qualcuno ricorderà- nella città messicana di Làzaro Càrdenas, nell’Estado de “Quintana Roo”.
Il fucile era di proprietà di un argentino mai sentito nominare, non alto e di fattezze minute, una rada barbetta incolta, i capelli ricci scarmigliati, che però tirava come un demonio e, in quell’occasione, vinse la gara colpendo bersagli impossibili e sparando cartucce scelte a caso, che lui andava pescando alla bisogna, due alla volta, dalle tasche dei suoi connazionali che assistevano alla “performance”.
All’ultimo giorno della competizione, mi ero avvicinato a lui fuori dal ristorante, in un momento di pausa dopo il pranzo, e non avevo potuto fare a meno di chiedergli –sfoderando il mio precario spagnolo- che marca fosse il fucile che usava. Con mia somma sorpresa il tizio, con fare annoiato e senza guardarmi in faccia, rispose nella mia lingua e mi comunicò che l’arma era di fabbricazione italiana (un semplice sovrapposto senza scritte, con la bascula liscia e delle venature orizzontali e simmetriche sul calcio: niente di che…) e lui l’aveva comprato usato da un Armiere in centro a Brescia, alcuni anni prima: dopodichè non era più stato in Italia, né aveva più avuto modo di sentire il venditore a cui, peraltro, ammise di dovere ancora il pagamento dell’oggetto.
Anzi, vedendomi interessato, mi pregò -se fossi andato a fargli visita- di essere rammentato all’Armiere, che non si era più fatto sentire, pur avendo tutti i suoi recapiti postali e telefonici, mentre lui –avendo più volte provato- non era però riuscito a contattarlo. Mi fornì anche uno sgualcito biglietto da visita col nome e l’indirizzo del negozio.
Incuriosito, al mio rientro, non potei fare a meno di organizzare subito una trasferta a Brescia e mi recai nell’armeria. Un ampio locale che esponeva una vasta scelta di abbigliamento di marca, sportivo e “casual” elegante, si restringeva fino a terminare in una stanzetta appartata, col rivestimento di legno alle pareti e il bancone di cuoio grasso. Un odore inconfondibile ed inebriante di “Ballistoil” pervadeva la nicchia senza finestre.
Mi accolse un signore sulla sessantina, sorridente e cordiale, i capelli brizzolati all’indietro che era seduto su un alto sgabello dietro al bancone. Mi presentai e questi scese dallo sgabello per darmi la mano, rimanendo più o meno alla stessa altezza. Gli spiegai in poche parole la storia della mia penosa “finale” messicana all’Elica e gli feci cenno del fucile che avevo visto. Mi interruppe garbatamente con un gesto della mano: “Ho capito… Abbia la cortesia di attendermi un istante.”
Scomparve nel retro, per tornarne poco dopo con un sovrapposto identico in tutto e per tutto a quello che avevo visto nelle mani dell’argentino. Lo impostai e mi sembrò di abbracciare un vecchio amico: era semplicemente perfetto, di lunghezza, di pieghe, di tutto. Decisi che non sarei uscito da lì senza quel fucile!
Con mia grande sorpresa, l’armiere stava già riempiendo una dichiarazione di vendita a mio nome (ma quando gli avevo mostrato il Porto d’Armi?) e mi disse: “Vada tranquillo, avvocato Cozzamara: lo provi con sua comodità e, quando riterrà di tornare a Brescia, vedrà che ci metteremo senz’altro d’accordo…”
Alle mie timide rimostranze, l’omino fece: “Nessun problema! Il prezzo del fucile è già stabilito, ma le assicuro che è alla portata di tutti; oppure, se non sarà stato soddisfatto, mi renderà l’oggetto e saremo a posto così. Ma vedrà che con questo fucile lei non farà zero neanche a volere e le sarà molto difficile separarsene…”. Quest’ultima frase mi mise addosso una strana inquietudine.
Mi allontanai dal negozio più confuso che persuaso, portandomi via l’intrigante oggetto smontato in un’anonima valigetta di plastica nera.
Sulla via del ritorno, essendo di sabato, non potei resistere e mi fermai a provare il fucile a Ghedi. La gara all’Elica, con medaglie d’oro e trofei d’argento, ci sarebbe stata nel pomeriggio e così volli intanto fare qualche tiro di prova. Iniziai molto concentrato e cominciai a martellare tutti i bersagli a tre metri dalla cassetta!
Eliche destre, sinistre, di sfondata, “sfarfallanti”, raso-terra, “a candela”, di prima cassetta angolate a sinistra: tutte frantumate senza sforzo e senza “spalettamenti”. Mi feci prendere la mano e al termine della prova avevo totalizzato 58 eliche colpite con una decina di seconde canne e due “zeri” per caduta fuori della rete (ma, in entrambi i casi, avevo volutamente tirato la seconda in ritardo, per vedere fin dove le canne portavano utilmente la rosata dei pallini).
Non attesi la gara del pomeriggio e, invece di pranzare, mi misi sulla via di casa in preda ad una forte agitazione ed al timore che qualcuno mi avesse potuto –chissà perché- portare via il fucile.
Una volta a casa, nonostante la stanchezza del viaggio e le emozioni patite in quella giornata, nel fare manutenzione osservai attentamente i componenti del fucile, ma non trovai incisa la marca, né alcun punzone o dati sulle strozzature sotto l’asta; soltanto un numero di matricola: “666”.
Andai a dormire esausto, con la valigetta del fucile sotto il letto e l’indomani mattina mi recai al solito Campo per la Gara domenicale. Superfluo dire che vinsi il primo premio alla grande, fra lo stupore generale e mi vennero contati alla cassa ben 750 euro, detratte le spese. Tornando a casa euforico, trovai però la sgradita sorpresa che mia moglie aveva smarrito la borsa, con dentro i soldi e i documenti. Alla richiesta di quanto ci fosse nel portafogli, lei mi disse non senza imbarazzo: “750 euro…”. La somma le era stata consegnata in contanti, quella mattina stessa, dalla sorella per pagare la sua quota del viaggio che dovevano fare insieme per le vacanze di Natale. Fui stupito dalla coincidenza della somma, ma non ne dissi nulla a nessuno.
Affrontai una faticosa settimana di lavoro e per il fine-settimana mi recai in trasferta a Madrid, sempre accompagnato dal mio fido fucile, per partecipare ad una di quelle Gare al Piccione, con montepremi a quattro zeri.
Scesi in pedana all’ora peggiore, di buon mattino con un tiepido sole in faccia e nel corso della giornata riuscii ad abbattere 27 piccioni di seguito, alcuni dei quali veramente impossibili, terminando a buio e salendo sul gradino più alto del podio. Tra il primo premio e le scommesse su me stesso portai via dal Campo quasi 6.000 euro che mi vennero contati sull’unghia. Sceso all’aeroporto il lunedì mattina, trovai mio figlio che era venuto a prendermi con la macchina grande. Aveva un aspetto desolato e mi disse che domenica notte gli avevano rubato la “Mini” fuori dalla discoteca. Era la prima macchina che si era comprato –circa un mese prima- con i lavoretti estivi e i suoi risparmi di studente; per cercare di contenere le spese, non l’aveva neanche assicurata contro il furto.
“Pensa papà” mi disse con le lacrime agli occhi, “avevo fatto un affare! Una “Mini One” di due anni appena, come nuova, mi era costata 5.700 euro più il passaggio…”.
Ancora una volta restai sbalordito dall’equivalenza con la cifra da me vinta grazie al fucile e cominciai a temere che non fosse più una coincidenza.
Continuai tuttavia fare gare ed a vincere, fra l’ammirazione generale e lo stupore di chi mi conosceva da prima, ma sempre –purtroppo- rientrando festante dai Campi trovavo qualche sgradita notizia ed un’equivalente perdita in denaro capitata in coincidenza a qualche persona cara.
Provai, allora, a stare qualche settimana senza andare a sparare col fucile del “mago” ed i risultati in gara tornarono bruscamente ai livelli per me consueti, senza poter mai entrare nella fascia dei premi. Passato circa un mese costellato da insuccessi sulle pedane, una domenica in occasione di una gara di cartello all’Elica a Sanremo, non potei più resistere e presi ancora con me l’attrezzo del “mago”. Riuscii senza sforzo a sbaragliare tutti gli avversari e tornai immancabilmente a vincere il primo premio, mettendomi in tasca 1.200 euro. Mi affrettai sulla via del ritorno, temendo una qualche disgrazia ma invece tutto andò bene; anche a casa non era accaduto nulla di sgradevole, così ce ne andammo a dormire felici e contenti.
L’indomani mattina, però, fui svegliato che non erano ancora le sette dallo scampanellìo insistente dell’inquilino del piano di sotto, che mi comunicò trafelato di avere la casa allagata certamente a causa di una tubatura che perdeva nel mio bagno. Chiusa l’acqua e fatti gli idonei sopralluoghi da parte dell’idraulico alla presenza dell’amministratore dello stabile, fu affettivamente stabilito che il danno al vicino era stato causato da un tubo del mio impianto che si era inspiegabilmente spaccato (il bagno era stato rifatto completamente da neanche un paio d’anni) e, fatti due soldi di conto, l’idraulico comunicò che –a occhio e croce- fra riparazione e tinteggiatura al piano sottostante, ci sarebbero voluti non meno di 1.200 euro a carico mio.
Devo continuare con l’elenco di quanto mi è poi capitato in questi lunghi anni ogni volta che sono andato facilmente a premio col fucile stregato? Nonostante abbia vinto premi e scommesse al “Betting” per svariate centinaia di migliaia di euro non ho mai guadagnato un centesimo che non abbia poi dovuto restituire al destino, talvolta con gli interessi!
E l’Armiere? Gli telefonai più volte per chiedere il conto, ma nessuno rispondeva. Mi recai allora nuovamente a Brescia e andai a cercarlo, mi dissero che era emigrato all’estero, non sapevano dove.
Tutto dunque congiurava a dimostrami che, senza saperlo, io avevo stretto un patto rischiosissimo col “mago”.
Basta, basta! Per non sprofondare fino al fondo dell’abisso dovevo assolutamente sbarazzarmi del fucile. Feci il giro delle armerie e lo mostrai a privati sui Campi di Tiro, ma non recando l’oggetto neanche la marca e non essendo particolarmente bello, nessuno lo volle manco in regalo!
Mi decisi allora a sbarazzarmene in altro modo. Una mattina d’estate raggiunsi da solo con la mia barca il mare aperto, decine di miglia al largo della costa e proseguii fin dove le carte nautiche segnalavano un fondale di parecchie centinaia di metri, fuori dalle rotte dei pescherecci. Qui giunto spensi i motori, presi il fucile, lo zavorrai con qualche chilo di pesi in piombo legati con una sagola e lo scaraventai in acqua. Affondò come un sasso, scomparendo subito e per sempre alla mia vista.
Ma mentre ancora osservavo il gorgo creato in acqua dall’attrezzo risuonò dietro di me una voce umana: “Troppo tardi, troppo tardi!”. Mi volsi di scatto, terrorizzato, ma non si vedeva nessuno. Esplorai tutta la barca freneticamente per scovare il maledetto. Niente, ero proprio solo a bordo.
Nonostante lo spavento provato, invertii la rotta e ritornai al porto con un senso di sollievo. Libero, finalmente!
Adesso ho ripreso stentatamente a sparare con i miei vecchi fucili, me la cavo a mala pena, non vado più a premio e non ho più vinto neanche un prosciutto da quando ho affogato l’oggetto stregato. Ma quello che più è strano, nessuno sui Campi di Tiro sembra meravigliarsi del mio improvviso crollo tecnico. E so bene che non è ancora finita. So che un giorno suonerà il campanello della porta, io andrò ad aprire e mi troverò di fronte, cerimonioso e subdolo, il piccolo Armiere venuto a chiedere l’ultima resa dei conti.

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